Il portafotografie

“Il vaso di fiori” Edouard Vuillard

Tra le tante versioni che mia madre ha dato nel tempo di un fatto accadutole in gioventù, ne scelgo una che, alla fine, risulterà un’ennesima versione, questa volta però dovuta al mischiare i miei ricordi con i suoi già mischiati da lei, con gli ingredienti suoi: amnesie, leggere follie, improvvisa lucidità e distacco da un tempo, tutto sommato, e nonostante questo ricordo, da dimenticare.

Durante la ritirata dell’esercito tedesco, una parte di esso si trovò a risalire verso le colline passando per la stessa via in cui lei abitava. Una strada periferica chiusa tra le case da un lato e il muro dal lato opposto. Per rallentare la corsa degli inseguitori, i militari in fuga decisero di far saltare in aria le case ostruendo così la via. Mia madre e gli altri parenti cercarono di mettere in salvo  più cose possibili. Durante queste operazioni concitate, traboccanti di rabbia e disperazione, furono aiutati da un drappello di militari, gli stessi che sistemavano le mine nelle stanze; ragazzi giovani, ventenni come mia madre, forse anche loro disperati, impauriti quanto lei. Per quanto mi riferì furono momenti durissimi, di tensione e paura. Un vetro della specchiera staccandosi dal supporto di legno, si frantumò e una scheggia ferì lei su un braccio; una ferita lieve, un piccolo graffio e forse un po’ di sangue. Uno dei militari, estratto dallo zaino un kit di pronto soccorso, la medicò frettolosamente. Lei lo lasciò fare, tremante, non sapendo come comportarsi e, posso immaginare, che pure lui non sapendo come comportarsi, decise di medicare quel piccolo graffio, come si trattasse di un compito da adempiere, al pari di quello di aiutarla a salvare la mobilia di una casa che avrebbe fatto saltare in aria subito dopo.

Con i militari già lontani tutti andarono a riprendersi mobili e cose di là dal muro, tra la polvere e le macerie volate ovunque per l’esplosione e i crolli. In uno dei cassetti della specchiera, con l’ovale vuoto dello specchio frantumato, mia madre ritrovò il portafotografie d’argento, che stava sul piano proprio sotto lo specchio, quello che appena si entrava, diceva lei, si vedeva subito con la sua fotografia di ragazzina bionda sorridente. Il portafotografie era intatto ma la foto non c’era più. Quando arrivava a questo punto del racconto, in tutte le versioni, sorrideva. Non ha mai detto che forse il suo “infermiere” se l’era portata via ma forse quel sorriso voleva dire proprio questo. Ho sempre immaginato che un signore, in qualche parte della Germania, abbia conservato tra i suoi tragici ricordi di un tempo, quella fotografia di una giovane italiana sorridente, alla quale aveva medicato una ferita inesistente.

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8 risposte a Il portafotografie

  1. Danila Mannelli ha detto:

    Che bella sorpresa trovare di nuovo un tuo racconto, come sempre bello da leggere e da ricordare, che mi ha fatto affiorare un sentimento di dolce nostalgia per le ragazze che sono state le nostre mamme…….😘😘😘

  2. Mariella Bettarini ha detto:

    Carissimo Alessandro, straordinario davvero questo tuo scritto dedicato ad un “evento” accaduto alla tua mamma durante la guerra! Non ce ne avevi mai parlato. Hai fatto benissimo a condividerlo con amici e amiche. Grazie!

  3. Rossella Lari ha detto:

    grazie Alessandro, bello e bello che tu lo abbia scritto, ora che tua madre non c’è più Un abbraccio Rossella

    Mail priva di virus. http://www.avast.com

  4. Mariella Bettarini ha detto:

    Alessandro caro, ti sono particolarmente vicina per la perdita della tua cara mamma.
    Un affettuoso saluto da
    Mariella

  5. Antonella ha detto:

    Molto bello Alessandro, come puoi immaginare mi hai fatto commuovere…

    • Mariella Bettarini ha detto:

      Alessandro carissimo,

      bellissimo e commovente il tuo scritto! Quando si ricordano le mamme, io mi emoziono sempre. Grazie! Un caro abbraccio da

      Mariella

  6. Pingback: Mi ricordo, sì, mi ricordo – chi ha paura di virginia woolf?

  7. filorossoart ha detto:

    poesia vitae

    grazie

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