Il portafotografie

“Il vaso di fiori” Edouard Vuillard

Tra le tante versioni che mia madre ha dato nel tempo di un fatto accadutole in gioventù, ne scelgo una che, alla fine, risulterà un’ennesima versione, questa volta però dovuta al mischiare i miei ricordi con i suoi già mischiati da lei, con gli ingredienti suoi: amnesie, leggere follie, improvvisa lucidità e distacco da un tempo, tutto sommato, e nonostante questo ricordo, da dimenticare.

Durante la ritirata dell’esercito tedesco, una parte di esso si trovò a risalire verso le colline passando per la stessa via in cui lei abitava. Una strada periferica chiusa tra le case da un lato e il muro dal lato opposto. Per rallentare la corsa degli inseguitori, i militari in fuga decisero di far saltare in aria le case ostruendo così la via. Mia madre e gli altri parenti cercarono di mettere in salvo  più cose possibili. Durante queste operazioni concitate, traboccanti di rabbia e disperazione, furono aiutati da un drappello di giovani militari, gli stessi che sistemavano le mine nelle stanze; ragazzi giovani, ventenni come mia madre, forse anche loro disperati, impauriti quanto lei. Per quanto mi riferì furono momenti durissimi, di tensione e paura. Un vetro della specchiera staccandosi dal supporto di legno, si frantumò e una scheggia ferì lei su un braccio; una ferita lieve, un piccolo graffio e forse un po’ di sangue. Uno dei militari, estratto dallo zaino un kit di pronto soccorso, la medicò frettolosamente. Lei lo lasciò fare, tremante, non sapendo come comportarsi e, posso immaginare, che pure lui non sapendo come comportarsi, decise di medicare quel piccolo graffio, come si trattasse di un compito da adempiere, al pari di quello di aiutarla a salvare la mobilia di una casa che avrebbe fatto saltare in aria subito dopo.

Finito il tutto con i militari già lontani tutti andarono a riprendersi mobili e cose di là dal muro, tra la polvere e le macerie volate ovunque per l’esplosione e i crolli. In uno dei cassetti della specchiera, con l’ovale vuoto dello specchio frantumato, ritrovò il portafotografie d’argento, che stava sul piano proprio sotto lo specchio, quello che appena si entrava, diceva lei, si vedeva subito con la sua fotografia di ragazzina bionda sorridente. Il portafotografie era intatto ma la foto non c’era più. Quando arrivava a questo punto del racconto, in tutte le versioni, sorrideva. Non ha mai detto che forse il suo “infermiere” se l’era portata via ma forse quel sorriso voleva dire proprio questo. Ho sempre immaginato che un signore, in qualche parte della Germania, abbia conservato tra i suoi tragici ricordi di un tempo, quella fotografia di una giovane italiana sorridente, alla quale aveva medicato una ferita inesistente.

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Incroci

Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in città

Questa mattina, in attesa del verde al semaforo, vedo attraversare due bambine che trascinano un trolley a testa e dietro di loro un giovane uomo con un cane. Lui ha un berretto tipo quello di Jack Nicholson in qualcuno volò sul nido del cuculo, occhiali da sole e un’aria distratta. Arrivati tutti di là, il giovane uomo si ferma, le bambine, che hanno un’aria tipica di due bambine che vanno a scuola, pure; una di esse si avvicina all’uomo e lo bacia quando lui si curva verso di lei e le carezza una guancia. Dopo lei si china sul cane e quasi si appiattisce sul marciapiede per baciarlo sulla testa. Le due bambine poi prendono una direzione, il giovane uomo la direzione opposta. Infine è scattato il verde.

L’ingorgo all’incrocio successivo mi snerva non poco, tra le auto bloccate si aggira una donna anziana che si ferma a pochi centimetri dal vetro dei finestrini. La vedo da anni, un tempo era giovane e ancora non si muoveva con il bastone; questa mattina si trascinava quasi ma aveva sempre quell’aria contrita di tanti anni fa. La strada è la stessa, quella della bambina con il suo cane e quella della donna anziana, gli incroci diversi. Due mondi verso una sola direzione.

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Solitudini e scritture (editoriale del n° 104-105 de “L’area di Broca 2016-2017)

“Essere solitario per essere sincero e puro nell’anima. L’uomo − ente collettivo − è un essere corrotto.”
Fernando Pessoa
La solitudine è l’elemento vitale dello scrittore.”
Sándor Márai

Una visione comune e, nel suo insieme accettabile, ci sottopone due tipologie di solitudine: non desiderata, e desiderata. La prima è relativa principalmente all’abbandono, alla detenzione, alle malattie, tanto per fare qualche esempio. La seconda è cercata, scelta, come potrebbe esserlo quella dell’asceta, o più semplicemente una mera necessità di isolamento temporaneo “rigenerante”, dopo un periodo particolarmente intenso di lavoro o comunque di totale impegno; oppure quella solitudine identificata con un generico e brutto termine, cioè la solitudine del creativo. Oltre a queste sommarie classificazioni, però, sono possibili altre visioni di un esperienza così comune per l’uomo quanto forse non efficacemente esplorata. Emil Cioran, ad esempio, individua due modi di sentire la solitudine: “Sentirsi soli al mondo o avere la solitudine del mondo”(1). Nel primo caso si tratterebbe di solitudine individuale, nel secondo, invece, di solitudine cosmica. Per quanto riguarda il primo caso specifica che: “Chi si sente solo vive un dramma puramente individuale; il sentimento dell’abbandono può sopraggiungere anche in una splendida cornice naturale.” (2) Nella solitudine individuale ci troveremmo di fronte all’incapacità di adattamento in quanto “distrutti” dalle proprie “deficienze” o “esaltazioni”. La solitudine cosmica apparterrebbe invece al sentimento di un “nulla esteriore”; niente di soggettivo quindi ma, al contrario, è “…come se il mondo avesse perduto di colpo il suo splendore per raffigurare la monotonia essenziale di un cimitero.” (3)

Tra la solitudine cosmica e quella individuale, ci viene naturale porre maggiormente l’attenzione sul concetto di quest’ultima, soprattutto perché si tratta di una nozione tramandata così da una sorta di memoria collettiva e ormai radicata; talvolta persino da sensazioni che ognuno di noi può aver provato, seppure temporaneamente, su se stesso. La diffusione di una solitudine individuale, la percepiamo evidente direttamente dalla rete: se ricorriamo a internet per un’esplorazione immediata sull’argomento, ci troviamo di fronte ad una codificazione a volte semplicistica e riduttiva di un “problema”. Sembra infatti legittimata soltanto la ricerca che tiene conto della solitudine individuale, almeno secondo le tesi cioraniane accennate all’inizio. È sufficiente, infatti, digitare la voce “solitudine” su qualsiasi motore di ricerca per essere informati sulla disponibilità di più metodi per uscirne, oppure che possiamo consultare siti specialistici, o libri di accreditati psicoterapeuti, per approfondire l’argomento e iniziare un percorso di guarigione. La solitudine è trattata, il più delle volte, come sindrome di malattie più gravi o come una vera e propria patologia. Evidentemente in rete si cerca aiuto esaminando le opzioni possibili tra tante proposte, altrimenti l’offerta non sarebbe così numericamente (e forse anche qualitativamente) rilevante.

La solitudine spaventa; rimanere isolati e lontani dal prossimo, rende vulnerabili. Non fare più parte della comunità operante e comunicante, ci pone davanti allo specchio. Nella solitudine siamo abbandonati al nostro destino e saremmo disposti persino a passare sopra a qualsiasi altra condizione, pur di non avere a che fare unicamente con noi stessi. Si direbbe che la necessità di sentirsi parte integrante della folla che pure, in molte circostanze ignoriamo, contribuisca a renderci consapevoli della nostra pluralità. Questo pare contrastare però con l’idea che ci facciamo di noi stessi, specialmente nel contesto odierno: globalizzante e unificante, all’interno del quale rivendichiamo un’esclusiva presenza, la singolarità in un pluralismo piatto e poco organico alla nostra appassionante esistenza. Dunque siamo unici, fieramente solidali con il nostro Ego, ma appena questi ci concederà il privilegio di un po’ di intimità, desideriamo subito gli altri per evitare di essere sopraffatti dalla sua pochezza che, altrimenti, saremmo costretti a riconoscergli. Probabilmente non è casuale che nel “De vita solitaria” la solitudine sia trattata da Petrarca come vera disciplina. Secondo l’accezione petrarchesca la solitudine appare quasi un privilegio, mentre è certo sia una condanna che ad essa si giunga forzatamente. In virtù di questo, la solitudine cercata, suggerisce però un’idea di provvisorietà, d’interruzione momentanea di una condizione abituale e ripristinabile, al contrario di una solitudine non voluta, la cui provvisorietà è quantomeno auspicabile. Potremmo anche dire che, cercare la solitudine con intenti più o meno nobili, equivalga casomai a stabilire un rapporto privilegiato con se stessi reputandolo preferibile a quello con i propri simili. In questo caso la solitudine non fa certo paura, ma, al contrario, ciò che spaventa veramente è la presenza di chiunque.

L’atto della scrittura, ad eccezione di sperimentalismi concentrati perlopiù negli ultimi decenni, richiede indubbiamente l’allontanamento di ogni impedimento estraneo ad un percorso personale, spesso intimo, che attingerà linfa ed energia da un “laggiù” spesso indistinto, lontano e incerto, all’interno del quale scenderà solo chi è deciso a cercare e trovare ciò di cui la scrittura necessita.“… Quel che importa per il momento o anche per sempre è stare lontano dagli uomini e dal male che possono fare …” (4 ) annuncia Giuseppe Berto dal suo eremo di fronte alle coste della Sicilia. Viene da credere che probabilmente non sarebbe stato possibile giungere a certi risultati, quali sono quelli espressi ne “Il male oscuro”, in condizioni diverse da quelle che lo stesso Berto scelse, e al contempo si può immaginare che gli sarebbe stato difficile raggiungere quel “laggiù” senza il volontario isolamento. Più tardi Marguerite Duras scriverà: “Non si è soli in un parco. Invece in casa si è tanto soli da sentirsi talvolta smarriti. Ora so di esserci rimasta dieci anni per scrivere libri che mi hanno fatto sapere, a me e agli altri, che ero la scrittrice che sono.” (5) E in questo caso pare persino superfluo confermare l’importanza, o la necessità, se vogliamo, della solitudine come condizione obbligatoria alla realizzazione di un’opera: “La solitudine della scrittura è una solitudine senza la quale lo scritto non si realizza o si sbriciola esangue nel cercare cosa scrivere ancora.” (6)

Note

  1. Emil Cioran, “Al culmine della disperazione” Adelphi Milano 2003
  2. Ibidem
  3. Ibidem
  4. Giuseppe Berto, “Il male oscuro” Rizzoli Milano 1964
  5. Marguerite Duras, “Scrivere” Feltrinelli Milano 1994
  6. ibidem
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Disconosci te stesso

Jonathan Yeo Reflection (Homage to Lucian Freud)

Un tempo consultavamo l’oroscopo perché ci fornisse indicazioni sul momento migliore per mettere in pratica ciò che ci eravamo prefissati, consapevoli che in questo modo, il nostro impegno sarebbe stato sostenuto anche da un buon allineamento dei pianeti; verificando poi le caratteristiche comuni tra segni zodiacali potevamo persino confortarci sulla riuscita di una relazione sentimentale. Oggi, invece, nonostante resistano ancora alcune nicchie, sembra quasi che gli oroscopi siano in disuso, o per meglio dire, presi in minor considerazione poiché sarebbe inutile chiedere aiuto agli astri se ciò che ci siamo prefissati di raggiungere non è quello che rispecchia le nostre più profonde esigenze. Per cui prima di dedicarsi a nobili studi di astrologia sarebbe più opportuno affrontare un percorso, magari meno interessante, ma più concreto anche se non proprio facile, su sé stessi. Di questi tempi, d’altronde, affrontare visioni interiori anziché esterne, non dovrebbe comportare un particolare impegno, nonostante ciò non mancano quotidiane esortazioni provenienti ormai da ogni dove: “conosci te stesso”. L’Ego di questi ultimi tempi è così solido che insistere affinché uno si occupi maggiormente di sé anziché dei problemi del Pianeta oppure più semplicemente dell’altro è, quantomeno, prolisso. Di fatto era tutto ben chiaro fin da subito, visto che tale esortazione, già campeggiava sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, ma oggi sembra che sia diventato indispensabile per raggiungere un minimo grado di felicità, rasentando talvolta il narcisismo se non l’egoismo. In pratica, probabilmente, molti dei nostri fallimenti sarebbero da imputare alla poca conoscenza che abbiamo di noi stessi, quindi anche se la Luna si trova in Capricorno e il transito di Ariete sarebbe ideale, non ci si può fare molto perché l’obiettivo sembra che non ci appartenga. Trascrivo, tratti dal sito Aforismario, alcuni pareri sull’argomento molto più acuti e autorevoli del mio.

Mi dicono: “Se conoscessi te stesso conosceresti tutti gli uomini”. Rispondo: “Solo cercando tutti gli uomini conoscerò me stesso”. Kahlil Gibran, Sabbia e spuma, 1926

Per conoscere se stessi è necessario conoscere gli altri. Miyamoto Musashi, Il libro dei cinque anelli, 1642

“Conosci te stesso,” dice il filosofo. Fossi matto! Gesualdo Bufalino, Il malpensante, 1987

Nulla mi sembra più falso della massima socratica: “Conosci te stesso”. La vera via verso la conoscenza dovrebbe essere piuttosto: “Dimentica te stesso”. Paul Claudel, Memorie improvvisate, 1954

Il «conosci te stesso» della filosofia greca è una grande stupidaggine. Mai conosceremo né noi né altri. Anatole France, Il giardino di Epicuro, 1895

Conosci te stesso. Massima tanto perniciosa quanto brutta. Chiunque si osservi arresta il proprio sviluppo. Il bruco che cercasse di “conoscersi bene” non diventerebbe mai farfalla. André Gide, I nuovi nutrimenti, 1935

Conoscersi significa errare e l’oracolo che ha detto “Conosci te stesso” ha proposto un compito più grave delle fatiche di Ercole e un enigma più oscuro di quello della Sfinge. Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, 1982 (postumo)

Si può conoscere il cosmo, ma non il proprio ego; il proprio io è più distante di ogni altra stella. Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia, 1908

La conoscenza di sé si paga sempre troppo cara. Come d’altronde la conoscenza in genere.
Emil Cioran, La caduta nel tempo, 1964

Conoscere se stesso. Dopodiché diventa impossibile vivere insieme con se stesso.Ennio Flaiano, Autobiografia del blu di Prussia, 1974

Conosci te stesso non significa: Ossèrvati. Ossèrvati è la parola del serpente. Significa: Fàtti padrone delle tue azioni. Ma tu lo sei già, sei padrone delle tue azioni. Questa frase, pertanto, significa: Ignòrati! Distruggiti! Dunque una cosa cattiva. E solo chi si china profondamente ne ode anche il messaggio buono, che dice: “Per fare di te stesso quello che sei”. Franz Kafka, Quaderni in ottavo, 1916/18

Nel corso della vita, a poco a poco, scopriamo chi siamo veramente. E man mano che ci scopriamo, ci perdiamo. Haruki Murakami, L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, 2013

L’erotismo è una delle basi di conoscenza di sé, tanto indispensabile quanto la poesia. Anaïs Nin, Essere donna e altri saggi, 1977

Possiamo vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto. Conoscersi è morire. Luigi Pirandello, La carriola, in Novelle per un anno, 1922

Se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei. José Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta, 1997

La conoscenza di sé non rappresenta quasi mai il primo passo verso un miglioramento, ma spesso l’ultimo verso il narcisismo. Arthur Schnitzler, Il libro dei motti e delle riflessioni, 1927

Quando ascolto qualcuno raccontare di aver affrontato lunghi e faticosi viaggi per andare alla “ricerca di sé stesso, quel che mi chiedo – e che mi verrebbe da chiedergli – non è tanto se alla fine sia riuscito a trovarsi, ma, piuttosto, se sia valsa la pena di fare cosí tanta strada per cosí poco. Giovanni Soriano, Malomondo, 2013

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“Esercizi di volo”, incontro con Roberto Mosi

Ho chiesto a Roberto Mosi che ci parlasse del suo romanzo “Esercizi di volo”, Europa Edizioni, Roma 2016.

 Si tratta di una storia tra realtà e fantasia ricca di molti ingredienti, nella quale s’intrecciano le vicende personali dell’io narrante (un alter ego si direbbe) con il racconto che il protagonista sta scrivendo (un libro nel libro) per fini terapeutici secondo l’incoraggiamento dell’analista. La storia può ricordare quella di Zeno Cosini, il protagonista del libro di Italo Svevo “La coscienza di Zeno”, che scrive per curarsi, su invito dello psicanalista, il diario della sua vita.

Di cosa soffre il protagonista del romanzo “Esercizi di volo”?

 E’ un paziente in cura perché è perseguitato dall’ossessione di volare, di gettarsi nel vuoto e tentare di prendere il volo. E’ poi afflitto da uno strano tic, fa un saltello ogni trentun passi, è dedito a molteplici passatempi: il gioco, la fotografia, la frequentazione dei social network. Queste passioni, vissute in modo maniacale, sembrano attenuarsi nel momento in cui si accosta, su invito dell’analista, alla scrittura che, grazie al suo potere terapeutico, lo arricchisce e lo distrae dall’ossessione più pericolosa di tutte: il desiderio, come si è detto, di volare. Nelle pagine dedicate a questi passaggi, prevale, a volte il tono dell’ironia, come nel caso della stessa attività letteraria, un tempo riservata a pochi e poi degenerata in mero business (si veda il proliferare di scuole e corsi di scrittura) o del dilagare del lavoro degli psicologi, simboleggiato nel romanzo dalla figura della terapeuta incompetente e vulnerabile, che s’innamora del paziente.

A quali argomenti si rivolge l’attenzione del protagonista nelle pagine che scrive?

 Al tema (direi, naturalmente) della follia, e più precisamente su come celebrare la “Festa della Follia”. I personaggi che prendono vita in queste pagine, in una fascinosa ambientazione sulle sponde dell’Adige, ce la mettono tutta per organizzare una manifestazione all’altezza della fama delle feste che a Ferragosto si tengono fra il Castello e la Stazione di Salorno. I personaggi sono un po’ insoliti, alcuni hanno le sembianze di personaggi famosi, altri sono soggetti del mondo animato e inanimato, vicini nella nostra vita quotidiana, che riescono a comunicare fra loro e con il mondo degli uomini, almeno con quelli più semplici e con una vena di pazzia. Il forte desiderio di emergere nella realizzazione della “Festa della Follia”, suscita invidie, gelosie, spinge addirittura ad azioni criminali – un terribile delitto – e deve intervenire da Bolzano il commissario Renon, tanto vanaglorioso quanto inetto.

Il tema della follia è un tratto significativo fra gli scrittori classici della letteratura …

 Certamente, credo che sia fra gli aspetti più affascinanti. Nel romanzo lo spettacolo della follia va comunque in scena, nonostante le difficoltà da affrontare, con effetti mirabolanti, ispirato da autori di fama come Erasmo da Rotterdam, Ludovico Ariosto, François Rabelais, Miguel Cervantes Saavedra. Nella realizzazione finale della Festa, fra il Castello e le montagne che circondano la valle – davanti a una folla immensa giunta dall’autostrada e dalle valli vicine – si ricorre con il contributo di personaggi geniali, al concorso di macchine che si avvalgono delle ultime scoperte della tecnologia, di quella digitale, in particolare. La ricerca però di effetti forti, il voler dare un’immagine troppo ravvicinata, quasi irridente, della follia, porta a una conclusione finale sorprendente, a un vero e proprio disastro. Un passaggio questo, del libro, che sembra voler affermare che chi si avvicina troppo alla follia, ne resta bruciato …

È di indubbio interesse considerare sia l’idea di confine tra ciò che è “normale” e ciò che diventa folle sia di come la follia si sia evoluta nel tempo, nella vita reale e nella letteratura.

 Il tema della follia è complesso e nel romanzo lo affronto da più versanti. Mi soffermo sull’aspetto della follia creativa seguendo i passi di alcuni scrittori classici, a iniziare da Erasmo da Rotterdam. Mi avvicino ai loro personaggi con grande confidenza, li faccio rivivere nelle vicende del racconto, credo con leggerezza e ironia. La stessa ironia che anima l’accenno alla folle voracità del mondo della pubblicità, che si serve delle gesta di questi personaggi per lanciare prodotti commerciali sul mercato, come si accenna nelle varie scene finali della “Festa della Follia”. Mi soffermo in più pagine, d’altra parte, sulle storie di liberazione dei cosiddetti folli, nelle società moderne, da prigionia e vessazioni, sottolineando il valore dei processi sociali innestati dall’opera di specialisti come Franco Basaglia. Alla “Festa della Follia” queste persone partecipano in prima fila, con totale adesione e gioia, allo spettacolo finale, che va in scena, come si è detto, il giorno di Ferragosto fra il Castello e le montagne di Salorno. Vi è, infine, nel libro il richiamo sia alla follia del protagonista, incerto, dilacerato da varie ossessioni sia alla professionalità “incerta” della terapeuta. Sono emblemi della società di oggi, piena di ansie e paure che lasciano il segno nella vita di ognuno di noi e testimoniano dell’affannosa ricerca di sicurezze e tranquillità ricorrendo in maniera massiccia – a volte devastante – alle varie terapie psichiche e ai farmaci; non a caso, si parla dei nostri tempi come dell’epoca del Prozac.

Dunque, per concludere questo nostro incontro …

 Vorrei dire che nel romanzo “Esercizi di volo”, la storia di uno Zeno di oggi, si moltiplicano i piani del racconto, quasi in un gioco di specchi in cui – almeno lo spero – per il lettore è facile e piacevole smarrirsi, lasciandosi condurre nel labirinto della fantasia, forse l’unico che può portare a risposte veritiere. Mi piace concludere ricordando che sul libro è stato scritto che “in questo breve ma graffiante romanzo”, “la scrittura è magmatica, discorsiva, a tratti poetica, un collage di pensieri e di emozioni, in un fluire continuo. Scrittura come prova d’autore, quindi, e come ricerca di pagliuzze d’oro nelle sabbie variegate del fiume” (G. Baldassarre, Blog “Associazione Pianeta Poesia”).

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Un piccione

Katsushika Hokusai – Passeri e fiori estivi

Questa mattina ho trovato un piccione morto sul terrazzo. Un piccione è venuto a morire proprio sul mio terrazzo. Incredibile che sia successa una cosa simile con tutto lo spazio che aveva a disposizione, il verde intorno soprattutto. È venuto a sdraiarsi sul cotto, vicino al muro, quasi a contrasto con il cellophan con cui copro la bicicletta. Una morte che appare triste e assurda. Avrebbe potuto  raggiungere, con un ultimo volo, luoghi isolati, lontani da qualsiasi essere animale e invece preferisce venire a morire sul mio terrazzo. Gli avrà potuto dare conforto la mia presenza di qua dalla parete che ci separava? non credo certo che sia arrivato fin qui per me, ma può essersi accorto che forse, in quell’istante che io non ho mai conosciuto, abbia capito di non essere solo. Oppure, ed è quasi certo, per gli altri animali la morte è un avvenimento naturale, o addirittura banale. Marguerite Duras descrive la morte di una mosca alla quale ha assistito. “Si vede morire un cane, si vede morire un cavallo e si dice qualcosa, ad esempio, povera bestia. Ma se una mosca muore non si dice niente, non si registra niente. (M. Duras “Scrivere”, Feltrinelli Milano 1994). Io invece non ho assistito alla sua morte, non mi ero accorto che un piccione aveva scelto il mio terrazzo come un buon posto per andarsene. Probabilmente assistere alla morte di un piccione è diverso che assistere a quella di una mosca. Forse, soltanto per le dimensioni, ci potremmo sentire in dovere di intervenire, pur non sapendo neppure come. Sembrerebbe quasi che la grandezza del moribondo influisca sul senso di pietà che si può provare vedendone la fine. Si spiega così, forse, l’espressione che manca per una mosca: “povera bestia”. Le dimensioni di un piccione, probabilmente consentono di poter dire, anche senza aver assistito alla fine, “povera bestia”.

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La quercia

Théodore Rousseau, le querce di Apremont

Si vedeva bene dalla finestra di camera; era nella proprietà dei confinanti, ma lontana dalla loro abitazione e più vicina a noi. Infatti, a prima vista, almeno vedendola da una certa distanza, poteva addirittura sembrare che fosse nostra, dal momento che con la chioma superava la rete di recinzione. I vicini non se ne erano mai curati, anzi essendo sicuramente un albero spontaneo era più che altro tollerato al pari di altri. D’altronde, pensandoci, a chi mai sarebbe potuta tornare utile una quercia isolata in un campo incolto. Sia noi che i nostri vicini non avevamo origini o velleità contadine e una quercia, probabilmente, doveva sembrarci più appropriata in un campo coltivato, anziché piantata in un punto qualsiasi di un terreno incolto. Era una presenza quasi incombente per la mole e nel tempo era diventata parte di quel paesaggio visibile dalla finestra di camera, tanto che l’enorme chioma sorretta da un fusto largo e alto, sembrava un unico disegno come fosse una visione inscindibile da tutto il resto. Per molto tempo è rimasta una presenza solitaria, anonima, al punto, per paradosso, da passare inosservata. Un giorno ci accorgemmo che era scomparsa; alcune cataste di legna erano state accomodate in buon ordine vicino alla rete. Era stata abbattuta, ma non si seppe se fosse accaduto un giorno o una settimana prima di quando ci accorgemmo della sua assenza. Guardavamo oltre quello spazio liberato dalla quercia con curiosità, come se volessimo scoprire cosa si nascondeva dietro quella ingombrante presenza. La vista di quello che si rivelò, non fu poi molto interessante, si trattava soltanto della prospettiva del campo che conteneva la quercia, e poche altre piante  oltre a porzioni di un muretto scrostato dal tempo. Chiunque si abituò in fretta al nuovo paesaggio, tanto che la quercia scomparve definitivamente da ogni memoria. A volte, in seguito, è capitato che qualcuno la ricordasse, allora era alta 25 metri, poi qualcuno correggeva ed erano solo 20, altre volte aveva 70 anni perché il nonno di chi ricordava ne aveva parlato, per altri, invece, solo 50. Poi lentamente nessuno ne ha parlato più. questa potrebbe essere, seppure molto vaga, l’ultima notizia sulla quercia.

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Sottolineature

Marco Aurelio “Pensieri” a cura di Maristella Ceva (Oscar classici Mondadori Milano 1989)

“Non intraprendere nessuna azione a caso, né in altro modo che non sia perfettamente a regola d’arte.”

Fernando Pessoa “Il libro dell’inquietudine” (Feltrinelli Milano settembre 1987)

“Nulla è nulla per me. Sono triste, ma non con una tristezza definita, e nemmeno con una tristezza indefinita. Sono triste là fuori, nella strada dove si accumulano le casse.”

“Vorrei Vorrei … Ma c’è sempre il sole quando brilla il sole e la notte quando arriva la notte. C’è sempre la pena quando la pena ci duole e il sogno quando il sogno ci culla. C’è sempre quello che c’è e mai quello che dovrebbe esserci, non perché è meglio o perché è peggio, ma perché è altro.”

“Agire, ecco la vera intelligenza. Sarò quel che vorrò essere. Ma devo volere ciò che sarò.”

“I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti, sono quelli assurdi: l’ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c’è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l’insoddisfazione per l’esistenza del mondo.”

“Il mondo è di chi non sente. La condizione essenziale per essere un uomo pratico è la mancanza di sensibilità. La qualità principale nella pratica della vita è quella qualità che conduce all’azione, cioè la volontà. Or dunque ci sono due cose che disturbano l’azione: la sensibilità e il pensiero analitico, il quale ultimo, non è altro, in fin dei conti, che il pensiero dotato di sensibilità.”

E.M. Cioran “Quaderni” 1957-1972” (Adelphi Milano 2001)

“Non mi interessano le mie esperienze, ma le mie riflessioni su di esse.”

“La natura non conosce rimorso.”

“Gli uomini si dividono in due categorie, quelli che cercano il senso della vita senza trovarlo e quelli che l’hanno trovato senza cercarlo.”

“Non guardare né avanti né indietro, guarda in te stesso, senza paura né rimpianti. Nessuno scende dentro di sé finché resta nella superstizione del passato e del futuro.”

“Soffrire significa produrre conoscenza.”

“Si devono scrivere e soprattutto pubblicare solo cose che facciano male, e cioè di cui ci si ricordi, un libro deve scavare nelle piaghe, addirittura provocarne altre. Deve essere alle origini di uno smarrimento fecondo; ma soprattutto un libro deve rappresentare un pericolo.”

“Nella vita la cosa più terribile è non cercare più.”

“Si è infelici soltanto perché si ha un’idea troppo chiara del bene e del male.”

“Il vero inferno? sarebbe non poter dimenticare niente.”

“Gli uomini seguono solo chi regala loro illusioni. Non ci sono mai stati assembramenti intorno a un disilluso.”

Marguerite Duras “Scrivere” (Feltrinelli Milano 1994)

“Scrivere è tentare di sapere cosa si scriverebbe se si scrivesse.”

Marguerite Duras “L’amante” (Feltrinelli Milano 1985)

“Il difficile non è raggiungere qualcosa, è liberarsi dalla condizione in cui si è.”

Abate Dinuart “L’arte di tacere” (Sellerio Palermo 1989)

“È bene parlare soltanto quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio.”

“Esiste un momento per tacere, così come e siste un momento per parlare.”

”Nell’ordine, il momento di tacere deve venire sempre prima: solo quando si sarà imparato a mantenere il silenzio, si potrà imparare a parlare rettamente.”

“In generale è sicuramente meno rischioso tacere che parlare.”

Giuseppe Berto “Il male oscuro” (Rizzoli Milano 1964)

“… cambiamo noi e insieme ovverosia contemporaneamente cambia anche la realtà la quale poi è costituita da infinite cose in perenne mutamento e inoltre da alcuni milioni o miliardi di individui ognuno in rapida trasformazione e impegnato nel correre dietro per conto suo alla mutevole realtà,…”

Gesualdo Bufalino “Il malpensante lunario dell’anno che fu” (Bompiani Milano 1987)

“Un tuffo al cuore mi avvisa, timido fattorino, che la scadenza è vicina.”

“I suicidi sono solo degli impazienti.”

“Quando non è una lanterna magica, la memoria è un film dell’orrore.”

“Pericoloso entrare senza frustino nella gabbia dei ricordi. Mordono.”

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Attilio Lolini

Proprio così, come nella foto, quella più diffusa in rete; oppure con quel sorriso fra il triste e il meravigliato che, a volte, era talmente rassicurante da dissimulare ogni ombra. Sembrava che quel sorriso avesse  una luce, seppur flebile, capace di trovare in un qualsiasi dove, un brandello di speranza. Poi non era così, lo annunciava il sorriso stesso, forse, in un secondo momento. Rimaneva sempre sospesa un’ironia nichilista in quell’aria disincantata che ti portavi appresso. Anche quando raccontasti di quel vostro girovagare, tuo e di Vassalli, per le strade o, per meglio dire, per le zone campaniane, a raccogliere  indizi, informazioni, a respirare l’aria di Marradi, di Stia. La preparazione a quel capolavoro che fu poi “La notte della cometa”. ma di quel racconto ciò che, stranamente, mi è rimasto più impresso è l’aneddoto del tronco. Passavate, credo, per una strada secondaria sempre di quei luoghi, tu con la tua Panda e lui al tuo fianco. Quando ti disse di fare marcia indietro, tu ridendo ci dicesti che pensavi avesse visto un luogo dove appartarsi per un suo improrogabile bisogno; invece aveva notato quel tronco che, a tutti i costi, volle portare a casa caricandolo sul portabagagli della povera Panda. O quelle notti con Fortini a casa tua, fino quasi all’alba. In redazione arrivavi sempre con qualche notizia di queste, erano tutte ironiche avventure, vissute, o quasi, travisate, raccontate come parlassi di personaggi abbozzati, lasciati un po’ al loro destino, perché poi, è vero, te ne curavi poco; quasi fosse la loro, una vita relativa. Poi questi ultimi anni sono stati il lungo buio dove non si sapeva, dove tutto è sembrato davvero un “paese d’inverno”, proprio adesso, quasi a luglio.

Paese d’inverno
C’è un luogo dove gli anni
sono uguali
le notti combaciano perfette;
fiorisce il mandorlo
in mezzo al gelo.
Se cerchi l’oscurità la troverai
così albe, tramonti
il filo che lega
a questa intensa ebbrezza.
La gente mi pare strana
quando si fa più luce
andiamo, caro amico,
nel paese d’inverno.

Attilio Lolini

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Nasten’ka ovvero la realtà della quarta notte (“Le notti bianche” F. Dostoevskij)

Ivan Ivanovič Šiškin “Foresta di abeti”

Lui lo ammette di essere un timido: “E, per quanto io sia timido con le donne…” dice di sé quando vede Nasten’ka, piangente, la prima notte. D’altronde bisogna farsi coraggio nonostante la timidezza, ma mentre finalmente sta per portare aiuto alla ragazza, è incerto su come iniziare la conversazione, tanto che lei, capendo di essere stata sorpresa in un momento tanto delicato, “tornò padrona di sé”. D’altronde, come dice Cioran: ”La timidezza fonte inesauribile di disgrazie nella vita pratica, è la causa diretta, anzi unica, di ogni ricchezza interiore.” Vero anche in questo caso, ma il giovane è anche un solitario e un sognatore e: “Il sognatore, se occorre una definizione precisa, non è un uomo, ma, sapete, una specie di essere neutro. Si stabilisce prevalentemente in un cantuccio inaccessibile, come se volesse nascondersi perfino dalla luce del giorno, e ogni volta che si addentra nel suo cantuccio , vi aderisce come la chiocciola al guscio, e diventa simile a quell’ animale divertente chiamato tartaruga, che è nello stesso tempo un animale e una casa.” Ora se per certi versi si potrebbe dire un giovane alla moda come figura romantica, oggi sarebbe stato liquidato, ma secondo me ingiustamente, con un appellativo riduttivo e volgarmente sbrigativo, cioè: uno sfigato. Avesse avuto almeno un po’ più tempo a disposizione, forse le cose sarebbero andate diversamente, Nasten’ka aspettava da un anno, ma lui la incontra solo quella sera. Siamo però sicuri che se ne sarebbe accorto avendo più tempo a disposizione? Vive in una stanza in affitto e sogna, sogna, come tutti i sognatori, una vita diversa da quella reale, dalla quale però è attratto. Ne è attratto ma incapace di affrontarla, di viverla, preferisce sognarla, forse più che preferisce sognarla sarebbe meglio dire che non gli resta che sognarla proprio perché non riesce a viverla. Dalla vita vera ne è allo stesso momento attratto e spaventato: è un po’ il muro insormontabile dei timidi. Il sogno è accessibile, modellabile ma non è la realtà. L’impatto con la realtà è evidente la prima volta che vede la ragazza piangere. E’ un impatto reale che non sa come gestire e quasi gli sfugge di mano. Quell’impaccio da lei è colto come un segno diverso da quelli che le giungono dal mondo maschile in generale. Forse ripensando a Cioran si tratta di quella ricchezza interiore che lui possiede, con i suoi ostacoli, la sua sensibilità; è da questa naturale sconclusionatezza del sognatore e della capacità di coglierne le sfumature più alte da parte di lei, che nasce nel giro di quattro notti un grande equivoco. Alla fine però ne farà le spese solo lui: “Ma mio Dio come ho potuto crederlo? Come ho potuto essere così cieco dal momento che tutto è già preso da un altro, dal momento che nulla è mio. Dal momento, infine, che questa sua stessa tenerezza, la sua sollecitudine, il suo amore…Sì, il suo amore per me altro non era che gioia per il prossimo incontro con l’altro e desiderio di imporre anche a me la sua felicità?” Di fatto però sembrava che anche Nasten’ka, prima della quarta notte, delusa per l’attesa dell’uomo che aspetta da un anno, ricambiasse l’amore del sognatore, ma a differenza di lui lei non era una sognatrice. Quindi l’impatto con la realtà per lui che sogna è la conferma amara di una sconfitta e il sogno il ritorno a quella vita non vita dalla quale aveva creduto di potersi liberare. Per lei l’impatto con la realtà è invece la conferma di un amore voluto, atteso e infine ritrovato.

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