Nostalgia dei fantasmi

(Articolo che ho scritto per l’ultimo numero de “L’area di Broca”)

James Ensor “Autoritratto con maschere”

Nei racconti di un tempo si ascoltavano storie che, nonostante la distanza dalla vita reale, oppure proprio per questo motivo, apparivano credibili. Nella gran maggioranza dei casi poi, di fatto, fin da piccoli l’educazione alla paura era una pratica comune con oscuri ma forti richiami a figure simbolo, come il buio o l’uomo nero. Abbreviazioni pedagogiche per garantire all’adulto autorevolezza e obbedienza; tanto che, non di rado, l’effetto di certe pratiche accompagnava l’educato anche in età adulta. Il piacere nell’ascolto di gusto a volte macabro o fantastico-morboso, si mischiava all’ironia e a un certo senso dell’inspiegabile come nel caso del racconto di carattere religioso, dove nessuno avrebbe osato opporre alcun, sia pur ragionevole, dubbio. Il lembo di confine spesso era poco marcato, tanto che luoghi normalmente adibiti al culto dei morti, o chiese, con cripte oscure, facevano da sfondo, oltre che alla liturgia ordinaria, anche a diafane figure o a fatti in sé incredibili, dove il bene e il male si fronteggiavano senza neppure vi fosse un vincitore, come invece accade in una confusa morale più recente, specie nella filmografia, in cui puntualmente dopo un’epopea di strazianti pene, il trionfo faticoso ma definitivo del bene, chiude il cerchio illustrando e chiarendo gli spaventi. Con il grande sviluppo della tecnica, molti contenuti di quei racconti verrebbero fortemente messi in discussione o addirittura decifrati razionalmente con scientifica e indiscutibile chiarezza. Al giorno d’oggi, quella visione romantica dell’ignoto e dell’inspiegabile, si affievolisce e perde la sua componente narrativa e fantastica, in favore di un maggiore realismo, frutto dell’informazione, della divulgazione e non in ultimo, di una forma di critica ironica, talvolta soltanto semplice scongiuro del mistero. Di fatto, una maggiore intimità con le paure legittima quella reazione causata da un preciso e definibile pericolo che non è più, come un tempo, il fantasma minaccioso, bensì la concreta e tangibile intimidazione quotidiana. Quindi è la perdita del lavoro, lo spread, la recessione e il PIL, a terrorizzare più di un Nosferatu assetato di sangue. Indifesi come siamo, con il collo esposto al morso insaziabile della finanza mondiale, ci fa quasi sorridere l’ombra sul muro di Klaus Kinski. Restano, indelebili, le paure di sempre: furti in appartamento, borseggiatori sull’autobus, strade notturne e isolate, la morte; oppure malattie e sofferenze, solitudini. Di fronte a dosi massicce di pericolo quotidiano, fantasmi, fatti inspiegabili, ectoplasmi, porte che si chiudono o che si aprono senza che spiri un alito di vento, voci, apparizioni, ansimi nel cuore della notte, sono manifestazioni appartenenti a un universo che ci appare ormai demodé. È d’altronde comprensibile immaginare, in una società scientificamente e tecnologicamente avanzata, quanto possa risultarci ridicolo non rivedersi riflessi nello specchio al mattino, o ancor peggio, notare oltre alla nostra immagine riflessa, pure quella di un estraneo dietro di noi, pur sapendo di essere soli in casa. È necessario quindi difenderci dall’altro così poco interessato al nostro benessere e pronto, invece, a distruggere con le sue spaventose intrusioni nella nostra vita; ci appelliamo, per questo, alle leggi, alle polizie, alle pene, al castigo, affinché ci sia allontanato dalla vista. La tenda si apre d’improvviso e il fendente sulla povera Janet Leigh ci facilita e ci giustifica nell’affermare le nostre paure ataviche; la morte violenta di cui si nutre la cronaca nera, diventa gustoso alimento per il business dei talk show. S’impone alle nostre attenzioni una visione apocalittica, da resa dei conti, da urgenza prioritaria per porre rimedio al pericolo che corriamo giornalmente ovunque, e non c’è Stoker che tenga, né Buzzati che ci mette quasi a disagio per ingenuità, alla faccia di Poe e Lovecraft che ce l’hanno davvero messa tutta. Ma d’altronde chi non ha sfogliato pagine grondanti di terrore e, ancor meglio, non ha sfogliato pagine, teme, si spaventa, soltanto di ciò che vede, o ascolta, oppure paventa ne esista il pericolo. Che mai potrà saperne de “La cosa” de “la Horla”, de “Il seppellimento troppo affrettato” o della goccia che sale le scale. Lo spacciatore, lo stupratore, e il marito assassino, sono questi i veri terrori, non solo della porta accanto ma persino dell’altra metà del letto. Sembra un vero bagno, non di sangue, ma regressivo, una forma quasi nostalgica, di ritorno a quell’infanzia turbata, terrorizzata dalla devastazione diseducativa degli adulti, inventori di misteriosi nemici immaginari avvinghiati, per lo più, alle loro anguste menti di perversi zombie che, pur di non argomentare un’idea, preferivano riempirne il vuoto con fantasmi, e altri orribili esseri pronti a divorare i loro figli, i quali, invece di prendersela con i propri genitori che, visto i racconti, non avrebbero mai preso le loro difese, scansavano il buio, giravano alla larga dall’albero del bene e del male, e si dirigevano ubbidienti verso il retto cammino indicato.

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Intenso

“Avant-garde” Félix Edouard Vallotton

Tra le varie opzioni presenti sulle etichette del distributore automatico di bevande, se ne è aggiunta una o meglio, è stata tolta la vecchia etichetta e sostituita con un’altra per la stessa bevanda.

C’è una’ampia scelta specialmente di caffè: lungo, basso, macchiato, al ginseng, poi i cappuccini, il ginseng da solo e, infine, cioccolato light e cioccolato intenso. Intenso! prima era cioccolato forte, ora intenso. Non cambia nulla e ha una sua logica, alla fine si tratta di un sinonimo e il sapore è uguale a prima. Forse bere cioccolato intenso è più chic rispetto al grossolano “forte”. Oppure forte allarmava i più delicati di stomaco. Devo dire, però, che un sospetto mi è venuto quando ho visto il ragazzo che il giovedì mattina arriva molto presto a riempire i due distributori, quello delle bevande e quello degli snack. È un tipo magro con una lieve barbetta rossiccia e con occhi rapidi e chiari sotto delle lenti quasi invisibili; un giorno, osservandolo meglio mentre era intento nelle sue operazioni, dalla tasca posteriore dei jeans vidi spuntare un libro smilzo, apparentemente molto vissuto, non si leggeva il titolo, ma ne fui colpito. Immaginai che nei rari momenti di libertà, tra una visita e l’altra, ci sbirciasse dentro, magari piegando i vertici delle pagine per segnare il punto preciso da cui riprendere la lettura alla sosta successiva. Insomma mi sono fatto l’idea che quel ragazzo avesse proposto ai suoi capi di cambiare l’etichetta del cioccolato. Quest’idea, devo dire, mi è saltata in mente perché non potevo immaginare che, visto come vanno queste cose, al titolare della ditta cambiare l’etichetta di un prodotto da consumare frettolosamente in un angolino di un qualsiasi posto, non poteva venire in mente; o meglio, forse poteva venire in mente se con tale accortezza avesse creduto di incrementare le vendite, ma non per un altro motivo. Ho immaginato che quel ragazzo avesse, invece, convinzioni, per così dire filosofiche, talmente inattaccabili da fornirgli la certezza di un effettivo vantaggio, ma quale, ancora non sono riuscito a comprendere.

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La signora T

“Le muse inquitanti” Giorgio de Chirico

La signora T, ex insegnate di italiano, era già anziana e con seri problemi di vista. Non si sa come ma fu deciso che avrei avuto bisogno di lei per migliorare il mio rendimento scolastico. Certo non sono mai stato un bravo studente, perciò la punizione di un supplemento pomeridiano di sevizie mentali fu questa. Un giorno confidai alla signora T che scrivevo poesie e lei mi chiese di fargliele leggere. Le dissi, mentendo, che le gettavo appena scritte. Perche? fai come Leopardi con lo Zibaldone, mi suggerì. Io di Leopardi sapevo confusamente della sua sventura con la povera Silvia sospettando, per narcisistica ignoranza, che vi fosse un nesso tra le mie poesie e l’incitamento della professoressa, dal momento che la mia spinta emotivo-poetica era dovuta ad una ragazzina bruna dagli occhi grandi. In verità le poesie sono ancora lì, nel quaderno con la riproduzione de “Le muse inquietanti“ di De Chirico in copertina, dentro la scatola verde sopra l’armadio dello studio, insieme ad altri quaderni. Quando pubblicai “Senza luogo” andai a trovare la signora T ormai quasi cieca. Entrare in casa sua era come abitare un quadro di Chagall: i colori accesi e contrastanti urtavano fra loro, ma  lei riusciva a vedere qualcosa intorno a sé solo così. Mi sedetti sul divano arancione, mi chiese di leggerne una, la lessi, poi mi chiese di leggerne un’altra e lessi anche quella, infine le lessi tutte, lessi poi la prefazione e la dedica che avevo scritto con la Waterman. Qualche anno prima, per un compleanno, la ragazza bruna dagli occhi grandi mi aveva regalato lo Zibaldone, senza sapere nulla di questa storia, senza aver mai letto le poesia del quaderno con le muse inquietanti, quasi musa inquietante lei, o forse solo per pura coincidenza; questo però non si potrà sapere, come dice Morandotto, infatti,  “Chi non crede alle coincidenze, le perde”.

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Il portafotografie

“Il vaso di fiori” Edouard Vuillard

Tra le tante versioni che mia madre ha dato nel tempo di un fatto accadutole in gioventù, ne scelgo una che, alla fine, risulterà un’ennesima versione, questa volta però dovuta al mischiare i miei ricordi con i suoi già mischiati da lei, con gli ingredienti suoi: amnesie, leggere follie, improvvisa lucidità e distacco da un tempo, tutto sommato, e nonostante questo ricordo, da dimenticare.

Durante la ritirata dell’esercito tedesco, una parte di esso si trovò a risalire verso le colline passando per la stessa via in cui lei abitava. Una strada periferica chiusa tra le case da un lato e il muro dal lato opposto. Per rallentare la corsa degli inseguitori, i militari in fuga decisero di far saltare in aria le case ostruendo così la via. Mia madre e gli altri parenti cercarono di mettere in salvo  più cose possibili. Durante queste operazioni concitate, traboccanti di rabbia e disperazione, furono aiutati da un drappello di militari, gli stessi che sistemavano le mine nelle stanze; ragazzi giovani, ventenni come mia madre, forse anche loro disperati, impauriti quanto lei. Per quanto mi riferì furono momenti durissimi, di tensione e paura. Un vetro della specchiera staccandosi dal supporto di legno, si frantumò e una scheggia ferì lei su un braccio; una ferita lieve, un piccolo graffio e forse un po’ di sangue. Uno dei militari, estratto dallo zaino un kit di pronto soccorso, la medicò frettolosamente. Lei lo lasciò fare, tremante, non sapendo come comportarsi e, posso immaginare, che pure lui non sapendo come comportarsi, decise di medicare quel piccolo graffio, come si trattasse di un compito da adempiere, al pari di quello di aiutarla a salvare la mobilia di una casa che avrebbe fatto saltare in aria subito dopo.

Con i militari già lontani tutti andarono a riprendersi mobili e cose di là dal muro, tra la polvere e le macerie volate ovunque per l’esplosione e i crolli. In uno dei cassetti della specchiera, con l’ovale vuoto dello specchio frantumato, mia madre ritrovò il portafotografie d’argento, che stava sul piano proprio sotto lo specchio, quello che appena si entrava, diceva lei, si vedeva subito con la sua fotografia di ragazzina bionda sorridente. Il portafotografie era intatto ma la foto non c’era più. Quando arrivava a questo punto del racconto, in tutte le versioni, sorrideva. Non ha mai detto che forse il suo “infermiere” se l’era portata via ma forse quel sorriso voleva dire proprio questo. Ho sempre immaginato che un signore, in qualche parte della Germania, abbia conservato tra i suoi tragici ricordi di un tempo, quella fotografia di una giovane italiana sorridente, alla quale aveva medicato una ferita inesistente.

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Incroci

Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in città

Questa mattina, in attesa del verde al semaforo, vedo attraversare due bambine che trascinano un trolley a testa e dietro di loro un giovane uomo con un cane. Lui ha un berretto tipo quello di Jack Nicholson in qualcuno volò sul nido del cuculo, occhiali da sole e un’aria distratta. Arrivati tutti di là, il giovane uomo si ferma, le bambine, che hanno un’aria tipica di due bambine che vanno a scuola, pure; una di esse si avvicina all’uomo e lo bacia quando lui si curva verso di lei e le carezza una guancia. Dopo lei si china sul cane e quasi si appiattisce sul marciapiede per baciarlo sulla testa. Le due bambine poi prendono una direzione, il giovane uomo la direzione opposta. Infine è scattato il verde.

L’ingorgo all’incrocio successivo mi snerva non poco, tra le auto bloccate si aggira una donna anziana che si ferma a pochi centimetri dal vetro dei finestrini. La vedo da anni, un tempo era giovane e ancora non si muoveva con il bastone; questa mattina si trascinava quasi ma aveva sempre quell’aria contrita di tanti anni fa. La strada è la stessa, quella della bambina con il suo cane e quella della donna anziana, gli incroci diversi. Due mondi verso una sola direzione.

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Solitudini e scritture (editoriale del n° 104-105 de “L’area di Broca 2016-2017)

“Essere solitario per essere sincero e puro nell’anima. L’uomo − ente collettivo − è un essere corrotto.”
Fernando Pessoa
La solitudine è l’elemento vitale dello scrittore.”
Sándor Márai

Una visione comune e, nel suo insieme accettabile, ci sottopone due tipologie di solitudine: non desiderata, e desiderata. La prima è relativa principalmente all’abbandono, alla detenzione, alle malattie, tanto per fare qualche esempio. La seconda è cercata, scelta, come potrebbe esserlo quella dell’asceta, o più semplicemente una mera necessità di isolamento temporaneo “rigenerante”, dopo un periodo particolarmente intenso di lavoro o comunque di totale impegno; oppure quella solitudine identificata con un generico e brutto termine, cioè la solitudine del creativo. Oltre a queste sommarie classificazioni, però, sono possibili altre visioni di un esperienza così comune per l’uomo quanto forse non efficacemente esplorata. Emil Cioran, ad esempio, individua due modi di sentire la solitudine: “Sentirsi soli al mondo o avere la solitudine del mondo”(1). Nel primo caso si tratterebbe di solitudine individuale, nel secondo, invece, di solitudine cosmica. Per quanto riguarda il primo caso specifica che: “Chi si sente solo vive un dramma puramente individuale; il sentimento dell’abbandono può sopraggiungere anche in una splendida cornice naturale.” (2) Nella solitudine individuale ci troveremmo di fronte all’incapacità di adattamento in quanto “distrutti” dalle proprie “deficienze” o “esaltazioni”. La solitudine cosmica apparterrebbe invece al sentimento di un “nulla esteriore”; niente di soggettivo quindi ma, al contrario, è “…come se il mondo avesse perduto di colpo il suo splendore per raffigurare la monotonia essenziale di un cimitero.” (3)

Tra la solitudine cosmica e quella individuale, ci viene naturale porre maggiormente l’attenzione sul concetto di quest’ultima, soprattutto perché si tratta di una nozione tramandata così da una sorta di memoria collettiva e ormai radicata; talvolta persino da sensazioni che ognuno di noi può aver provato, seppure temporaneamente, su se stesso. La diffusione di una solitudine individuale, la percepiamo evidente direttamente dalla rete: se ricorriamo a internet per un’esplorazione immediata sull’argomento, ci troviamo di fronte ad una codificazione a volte semplicistica e riduttiva di un “problema”. Sembra infatti legittimata soltanto la ricerca che tiene conto della solitudine individuale, almeno secondo le tesi cioraniane accennate all’inizio. È sufficiente, infatti, digitare la voce “solitudine” su qualsiasi motore di ricerca per essere informati sulla disponibilità di più metodi per uscirne, oppure che possiamo consultare siti specialistici, o libri di accreditati psicoterapeuti, per approfondire l’argomento e iniziare un percorso di guarigione. La solitudine è trattata, il più delle volte, come sindrome di malattie più gravi o come una vera e propria patologia. Evidentemente in rete si cerca aiuto esaminando le opzioni possibili tra tante proposte, altrimenti l’offerta non sarebbe così numericamente (e forse anche qualitativamente) rilevante.

La solitudine spaventa; rimanere isolati e lontani dal prossimo, rende vulnerabili. Non fare più parte della comunità operante e comunicante, ci pone davanti allo specchio. Nella solitudine siamo abbandonati al nostro destino e saremmo disposti persino a passare sopra a qualsiasi altra condizione, pur di non avere a che fare unicamente con noi stessi. Si direbbe che la necessità di sentirsi parte integrante della folla che pure, in molte circostanze ignoriamo, contribuisca a renderci consapevoli della nostra pluralità. Questo pare contrastare però con l’idea che ci facciamo di noi stessi, specialmente nel contesto odierno: globalizzante e unificante, all’interno del quale rivendichiamo un’esclusiva presenza, la singolarità in un pluralismo piatto e poco organico alla nostra appassionante esistenza. Dunque siamo unici, fieramente solidali con il nostro Ego, ma appena questi ci concederà il privilegio di un po’ di intimità, desideriamo subito gli altri per evitare di essere sopraffatti dalla sua pochezza che, altrimenti, saremmo costretti a riconoscergli. Probabilmente non è casuale che nel “De vita solitaria” la solitudine sia trattata da Petrarca come vera disciplina. Secondo l’accezione petrarchesca la solitudine appare quasi un privilegio, mentre è certo sia una condanna che ad essa si giunga forzatamente. In virtù di questo, la solitudine cercata, suggerisce però un’idea di provvisorietà, d’interruzione momentanea di una condizione abituale e ripristinabile, al contrario di una solitudine non voluta, la cui provvisorietà è quantomeno auspicabile. Potremmo anche dire che, cercare la solitudine con intenti più o meno nobili, equivalga casomai a stabilire un rapporto privilegiato con se stessi reputandolo preferibile a quello con i propri simili. In questo caso la solitudine non fa certo paura, ma, al contrario, ciò che spaventa veramente è la presenza di chiunque.

L’atto della scrittura, ad eccezione di sperimentalismi concentrati perlopiù negli ultimi decenni, richiede indubbiamente l’allontanamento di ogni impedimento estraneo ad un percorso personale, spesso intimo, che attingerà linfa ed energia da un “laggiù” spesso indistinto, lontano e incerto, all’interno del quale scenderà solo chi è deciso a cercare e trovare ciò di cui la scrittura necessita.“… Quel che importa per il momento o anche per sempre è stare lontano dagli uomini e dal male che possono fare …” (4 ) annuncia Giuseppe Berto dal suo eremo di fronte alle coste della Sicilia. Viene da credere che probabilmente non sarebbe stato possibile giungere a certi risultati, quali sono quelli espressi ne “Il male oscuro”, in condizioni diverse da quelle che lo stesso Berto scelse, e al contempo si può immaginare che gli sarebbe stato difficile raggiungere quel “laggiù” senza il volontario isolamento. Più tardi Marguerite Duras scriverà: “Non si è soli in un parco. Invece in casa si è tanto soli da sentirsi talvolta smarriti. Ora so di esserci rimasta dieci anni per scrivere libri che mi hanno fatto sapere, a me e agli altri, che ero la scrittrice che sono.” (5) E in questo caso pare persino superfluo confermare l’importanza, o la necessità, se vogliamo, della solitudine come condizione obbligatoria alla realizzazione di un’opera: “La solitudine della scrittura è una solitudine senza la quale lo scritto non si realizza o si sbriciola esangue nel cercare cosa scrivere ancora.” (6)

Note

  1. Emil Cioran, “Al culmine della disperazione” Adelphi Milano 2003
  2. Ibidem
  3. Ibidem
  4. Giuseppe Berto, “Il male oscuro” Rizzoli Milano 1964
  5. Marguerite Duras, “Scrivere” Feltrinelli Milano 1994
  6. ibidem
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Disconosci te stesso

Jonathan Yeo Reflection (Homage to Lucian Freud)

Un tempo consultavamo l’oroscopo perché ci fornisse indicazioni sul momento migliore per mettere in pratica ciò che ci eravamo prefissati, consapevoli che in questo modo, il nostro impegno sarebbe stato sostenuto anche da un buon allineamento dei pianeti; verificando poi le caratteristiche comuni tra segni zodiacali potevamo persino confortarci sulla riuscita di una relazione sentimentale. Oggi, invece, nonostante resistano ancora alcune nicchie, sembra quasi che gli oroscopi siano in disuso, o per meglio dire, presi in minor considerazione poiché sarebbe inutile chiedere aiuto agli astri se ciò che ci siamo prefissati di raggiungere non è quello che rispecchia le nostre più profonde esigenze. Per cui prima di dedicarsi a nobili studi di astrologia sarebbe più opportuno affrontare un percorso, magari meno interessante, ma più concreto anche se non proprio facile, su sé stessi. Di questi tempi, d’altronde, affrontare visioni interiori anziché esterne, non dovrebbe comportare un particolare impegno, nonostante ciò non mancano quotidiane esortazioni provenienti ormai da ogni dove: “conosci te stesso”. L’Ego di questi ultimi tempi è così solido che insistere affinché uno si occupi maggiormente di sé anziché dei problemi del Pianeta oppure più semplicemente dell’altro è, quantomeno, prolisso. Di fatto era tutto ben chiaro fin da subito, visto che tale esortazione, già campeggiava sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, ma oggi sembra che sia diventato indispensabile per raggiungere un minimo grado di felicità, rasentando talvolta il narcisismo se non l’egoismo. In pratica, probabilmente, molti dei nostri fallimenti sarebbero da imputare alla poca conoscenza che abbiamo di noi stessi, quindi anche se la Luna si trova in Capricorno e il transito di Ariete sarebbe ideale, non ci si può fare molto perché l’obiettivo sembra che non ci appartenga. Trascrivo, tratti dal sito Aforismario, alcuni pareri sull’argomento molto più acuti e autorevoli del mio.

Mi dicono: “Se conoscessi te stesso conosceresti tutti gli uomini”. Rispondo: “Solo cercando tutti gli uomini conoscerò me stesso”. Kahlil Gibran, Sabbia e spuma, 1926

Per conoscere se stessi è necessario conoscere gli altri. Miyamoto Musashi, Il libro dei cinque anelli, 1642

“Conosci te stesso,” dice il filosofo. Fossi matto! Gesualdo Bufalino, Il malpensante, 1987

Nulla mi sembra più falso della massima socratica: “Conosci te stesso”. La vera via verso la conoscenza dovrebbe essere piuttosto: “Dimentica te stesso”. Paul Claudel, Memorie improvvisate, 1954

Il «conosci te stesso» della filosofia greca è una grande stupidaggine. Mai conosceremo né noi né altri. Anatole France, Il giardino di Epicuro, 1895

Conosci te stesso. Massima tanto perniciosa quanto brutta. Chiunque si osservi arresta il proprio sviluppo. Il bruco che cercasse di “conoscersi bene” non diventerebbe mai farfalla. André Gide, I nuovi nutrimenti, 1935

Conoscersi significa errare e l’oracolo che ha detto “Conosci te stesso” ha proposto un compito più grave delle fatiche di Ercole e un enigma più oscuro di quello della Sfinge. Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, 1982 (postumo)

Si può conoscere il cosmo, ma non il proprio ego; il proprio io è più distante di ogni altra stella. Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia, 1908

La conoscenza di sé si paga sempre troppo cara. Come d’altronde la conoscenza in genere.
Emil Cioran, La caduta nel tempo, 1964

Conoscere se stesso. Dopodiché diventa impossibile vivere insieme con se stesso.Ennio Flaiano, Autobiografia del blu di Prussia, 1974

Conosci te stesso non significa: Ossèrvati. Ossèrvati è la parola del serpente. Significa: Fàtti padrone delle tue azioni. Ma tu lo sei già, sei padrone delle tue azioni. Questa frase, pertanto, significa: Ignòrati! Distruggiti! Dunque una cosa cattiva. E solo chi si china profondamente ne ode anche il messaggio buono, che dice: “Per fare di te stesso quello che sei”. Franz Kafka, Quaderni in ottavo, 1916/18

Nel corso della vita, a poco a poco, scopriamo chi siamo veramente. E man mano che ci scopriamo, ci perdiamo. Haruki Murakami, L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, 2013

L’erotismo è una delle basi di conoscenza di sé, tanto indispensabile quanto la poesia. Anaïs Nin, Essere donna e altri saggi, 1977

Possiamo vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto. Conoscersi è morire. Luigi Pirandello, La carriola, in Novelle per un anno, 1922

Se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei. José Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta, 1997

La conoscenza di sé non rappresenta quasi mai il primo passo verso un miglioramento, ma spesso l’ultimo verso il narcisismo. Arthur Schnitzler, Il libro dei motti e delle riflessioni, 1927

Quando ascolto qualcuno raccontare di aver affrontato lunghi e faticosi viaggi per andare alla “ricerca di sé stesso, quel che mi chiedo – e che mi verrebbe da chiedergli – non è tanto se alla fine sia riuscito a trovarsi, ma, piuttosto, se sia valsa la pena di fare cosí tanta strada per cosí poco. Giovanni Soriano, Malomondo, 2013

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“Esercizi di volo”, incontro con Roberto Mosi

Ho chiesto a Roberto Mosi che ci parlasse del suo romanzo “Esercizi di volo”, Europa Edizioni, Roma 2016.

 Si tratta di una storia tra realtà e fantasia ricca di molti ingredienti, nella quale s’intrecciano le vicende personali dell’io narrante (un alter ego si direbbe) con il racconto che il protagonista sta scrivendo (un libro nel libro) per fini terapeutici secondo l’incoraggiamento dell’analista. La storia può ricordare quella di Zeno Cosini, il protagonista del libro di Italo Svevo “La coscienza di Zeno”, che scrive per curarsi, su invito dello psicanalista, il diario della sua vita.

Di cosa soffre il protagonista del romanzo “Esercizi di volo”?

 E’ un paziente in cura perché è perseguitato dall’ossessione di volare, di gettarsi nel vuoto e tentare di prendere il volo. E’ poi afflitto da uno strano tic, fa un saltello ogni trentun passi, è dedito a molteplici passatempi: il gioco, la fotografia, la frequentazione dei social network. Queste passioni, vissute in modo maniacale, sembrano attenuarsi nel momento in cui si accosta, su invito dell’analista, alla scrittura che, grazie al suo potere terapeutico, lo arricchisce e lo distrae dall’ossessione più pericolosa di tutte: il desiderio, come si è detto, di volare. Nelle pagine dedicate a questi passaggi, prevale, a volte il tono dell’ironia, come nel caso della stessa attività letteraria, un tempo riservata a pochi e poi degenerata in mero business (si veda il proliferare di scuole e corsi di scrittura) o del dilagare del lavoro degli psicologi, simboleggiato nel romanzo dalla figura della terapeuta incompetente e vulnerabile, che s’innamora del paziente.

A quali argomenti si rivolge l’attenzione del protagonista nelle pagine che scrive?

 Al tema (direi, naturalmente) della follia, e più precisamente su come celebrare la “Festa della Follia”. I personaggi che prendono vita in queste pagine, in una fascinosa ambientazione sulle sponde dell’Adige, ce la mettono tutta per organizzare una manifestazione all’altezza della fama delle feste che a Ferragosto si tengono fra il Castello e la Stazione di Salorno. I personaggi sono un po’ insoliti, alcuni hanno le sembianze di personaggi famosi, altri sono soggetti del mondo animato e inanimato, vicini nella nostra vita quotidiana, che riescono a comunicare fra loro e con il mondo degli uomini, almeno con quelli più semplici e con una vena di pazzia. Il forte desiderio di emergere nella realizzazione della “Festa della Follia”, suscita invidie, gelosie, spinge addirittura ad azioni criminali – un terribile delitto – e deve intervenire da Bolzano il commissario Renon, tanto vanaglorioso quanto inetto.

Il tema della follia è un tratto significativo fra gli scrittori classici della letteratura …

 Certamente, credo che sia fra gli aspetti più affascinanti. Nel romanzo lo spettacolo della follia va comunque in scena, nonostante le difficoltà da affrontare, con effetti mirabolanti, ispirato da autori di fama come Erasmo da Rotterdam, Ludovico Ariosto, François Rabelais, Miguel Cervantes Saavedra. Nella realizzazione finale della Festa, fra il Castello e le montagne che circondano la valle – davanti a una folla immensa giunta dall’autostrada e dalle valli vicine – si ricorre con il contributo di personaggi geniali, al concorso di macchine che si avvalgono delle ultime scoperte della tecnologia, di quella digitale, in particolare. La ricerca però di effetti forti, il voler dare un’immagine troppo ravvicinata, quasi irridente, della follia, porta a una conclusione finale sorprendente, a un vero e proprio disastro. Un passaggio questo, del libro, che sembra voler affermare che chi si avvicina troppo alla follia, ne resta bruciato …

È di indubbio interesse considerare sia l’idea di confine tra ciò che è “normale” e ciò che diventa folle sia di come la follia si sia evoluta nel tempo, nella vita reale e nella letteratura.

 Il tema della follia è complesso e nel romanzo lo affronto da più versanti. Mi soffermo sull’aspetto della follia creativa seguendo i passi di alcuni scrittori classici, a iniziare da Erasmo da Rotterdam. Mi avvicino ai loro personaggi con grande confidenza, li faccio rivivere nelle vicende del racconto, credo con leggerezza e ironia. La stessa ironia che anima l’accenno alla folle voracità del mondo della pubblicità, che si serve delle gesta di questi personaggi per lanciare prodotti commerciali sul mercato, come si accenna nelle varie scene finali della “Festa della Follia”. Mi soffermo in più pagine, d’altra parte, sulle storie di liberazione dei cosiddetti folli, nelle società moderne, da prigionia e vessazioni, sottolineando il valore dei processi sociali innestati dall’opera di specialisti come Franco Basaglia. Alla “Festa della Follia” queste persone partecipano in prima fila, con totale adesione e gioia, allo spettacolo finale, che va in scena, come si è detto, il giorno di Ferragosto fra il Castello e le montagne di Salorno. Vi è, infine, nel libro il richiamo sia alla follia del protagonista, incerto, dilacerato da varie ossessioni sia alla professionalità “incerta” della terapeuta. Sono emblemi della società di oggi, piena di ansie e paure che lasciano il segno nella vita di ognuno di noi e testimoniano dell’affannosa ricerca di sicurezze e tranquillità ricorrendo in maniera massiccia – a volte devastante – alle varie terapie psichiche e ai farmaci; non a caso, si parla dei nostri tempi come dell’epoca del Prozac.

Dunque, per concludere questo nostro incontro …

 Vorrei dire che nel romanzo “Esercizi di volo”, la storia di uno Zeno di oggi, si moltiplicano i piani del racconto, quasi in un gioco di specchi in cui – almeno lo spero – per il lettore è facile e piacevole smarrirsi, lasciandosi condurre nel labirinto della fantasia, forse l’unico che può portare a risposte veritiere. Mi piace concludere ricordando che sul libro è stato scritto che “in questo breve ma graffiante romanzo”, “la scrittura è magmatica, discorsiva, a tratti poetica, un collage di pensieri e di emozioni, in un fluire continuo. Scrittura come prova d’autore, quindi, e come ricerca di pagliuzze d’oro nelle sabbie variegate del fiume” (G. Baldassarre, Blog “Associazione Pianeta Poesia”).

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Un piccione

Katsushika Hokusai – Passeri e fiori estivi

Questa mattina ho trovato un piccione morto sul terrazzo. Un piccione è venuto a morire proprio sul mio terrazzo. Incredibile che sia successa una cosa simile con tutto lo spazio che aveva a disposizione, il verde intorno soprattutto. È venuto a sdraiarsi sul cotto, vicino al muro, quasi a contrasto con il cellophan con cui copro la bicicletta. Una morte che appare triste e assurda. Avrebbe potuto  raggiungere, con un ultimo volo, luoghi isolati, lontani da qualsiasi essere animale e invece preferisce venire a morire sul mio terrazzo. Gli avrà potuto dare conforto la mia presenza di qua dalla parete che ci separava? non credo certo che sia arrivato fin qui per me, ma può essersi accorto che forse, in quell’istante che io non ho mai conosciuto, abbia capito di non essere solo. Oppure, ed è quasi certo, per gli altri animali la morte è un avvenimento naturale, o addirittura banale. Marguerite Duras descrive la morte di una mosca alla quale ha assistito. “Si vede morire un cane, si vede morire un cavallo e si dice qualcosa, ad esempio, povera bestia. Ma se una mosca muore non si dice niente, non si registra niente. (M. Duras “Scrivere”, Feltrinelli Milano 1994). Io invece non ho assistito alla sua morte, non mi ero accorto che un piccione aveva scelto il mio terrazzo come un buon posto per andarsene. Probabilmente assistere alla morte di un piccione è diverso che assistere a quella di una mosca. Forse, soltanto per le dimensioni, ci potremmo sentire in dovere di intervenire, pur non sapendo neppure come. Sembrerebbe quasi che la grandezza del moribondo influisca sul senso di pietà che si può provare vedendone la fine. Si spiega così, forse, l’espressione che manca per una mosca: “povera bestia”. Le dimensioni di un piccione, probabilmente consentono di poter dire, anche senza aver assistito alla fine, “povera bestia”.

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La quercia

Théodore Rousseau, le querce di Apremont

Si vedeva bene dalla finestra di camera; era nella proprietà dei confinanti, ma lontana dalla loro abitazione e più vicina a noi. Infatti, a prima vista, almeno vedendola da una certa distanza, poteva addirittura sembrare che fosse nostra, dal momento che con la chioma superava la rete di recinzione. I vicini non se ne erano mai curati, anzi essendo sicuramente un albero spontaneo era più che altro tollerato al pari di altri. D’altronde, pensandoci, a chi mai sarebbe potuta tornare utile una quercia isolata in un campo incolto. Sia noi che i nostri vicini non avevamo origini o velleità contadine e una quercia, probabilmente, doveva sembrarci più appropriata in un campo coltivato, anziché piantata in un punto qualsiasi di un terreno incolto. Era una presenza quasi incombente per la mole e nel tempo era diventata parte di quel paesaggio visibile dalla finestra di camera, tanto che l’enorme chioma sorretta da un fusto largo e alto, sembrava un unico disegno come fosse una visione inscindibile da tutto il resto. Per molto tempo è rimasta una presenza solitaria, anonima, al punto, per paradosso, da passare inosservata. Un giorno ci accorgemmo che era scomparsa; alcune cataste di legna erano state accomodate in buon ordine vicino alla rete. Era stata abbattuta, ma non si seppe se fosse accaduto un giorno o una settimana prima di quando ci accorgemmo della sua assenza. Guardavamo oltre quello spazio liberato dalla quercia con curiosità, come se volessimo scoprire cosa si nascondeva dietro quella ingombrante presenza. La vista di quello che si rivelò, non fu poi molto interessante, si trattava soltanto della prospettiva del campo che conteneva la quercia, e poche altre piante  oltre a porzioni di un muretto scrostato dal tempo. Chiunque si abituò in fretta al nuovo paesaggio, tanto che la quercia scomparve definitivamente da ogni memoria. A volte, in seguito, è capitato che qualcuno la ricordasse, allora era alta 25 metri, poi qualcuno correggeva ed erano solo 20, altre volte aveva 70 anni perché il nonno di chi ricordava ne aveva parlato, per altri, invece, solo 50. Poi lentamente nessuno ne ha parlato più. questa potrebbe essere, seppure molto vaga, l’ultima notizia sulla quercia.

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