“Esercizi di volo”, incontro con Roberto Mosi

Ho chiesto a Roberto Mosi che ci parlasse del suo romanzo “Esercizi di volo”, Europa Edizioni, Roma 2016.

 Si tratta di una storia tra realtà e fantasia ricca di molti ingredienti, nella quale s’intrecciano le vicende personali dell’io narrante (un alter ego si direbbe) con il racconto che il protagonista sta scrivendo (un libro nel libro) per fini terapeutici secondo l’incoraggiamento dell’analista. La storia può ricordare quella di Zeno Cosini, il protagonista del libro di Italo Svevo “La coscienza di Zeno”, che scrive per curarsi, su invito dello psicanalista, il diario della sua vita.

Di cosa soffre il protagonista del romanzo “Esercizi di volo”?

 E’ un paziente in cura perché è perseguitato dall’ossessione di volare, di gettarsi nel vuoto e tentare di prendere il volo. E’ poi afflitto da uno strano tic, fa un saltello ogni trentun passi, è dedito a molteplici passatempi: il gioco, la fotografia, la frequentazione dei social network. Queste passioni, vissute in modo maniacale, sembrano attenuarsi nel momento in cui si accosta, su invito dell’analista, alla scrittura che, grazie al suo potere terapeutico, lo arricchisce e lo distrae dall’ossessione più pericolosa di tutte: il desiderio, come si è detto, di volare. Nelle pagine dedicate a questi passaggi, prevale, a volte il tono dell’ironia, come nel caso della stessa attività letteraria, un tempo riservata a pochi e poi degenerata in mero business (si veda il proliferare di scuole e corsi di scrittura) o del dilagare del lavoro degli psicologi, simboleggiato nel romanzo dalla figura della terapeuta incompetente e vulnerabile, che s’innamora del paziente.

A quali argomenti si rivolge l’attenzione del protagonista nelle pagine che scrive?

 Al tema (direi, naturalmente) della follia, e più precisamente su come celebrare la “Festa della Follia”. I personaggi che prendono vita in queste pagine, in una fascinosa ambientazione sulle sponde dell’Adige, ce la mettono tutta per organizzare una manifestazione all’altezza della fama delle feste che a Ferragosto si tengono fra il Castello e la Stazione di Salorno. I personaggi sono un po’ insoliti, alcuni hanno le sembianze di personaggi famosi, altri sono soggetti del mondo animato e inanimato, vicini nella nostra vita quotidiana, che riescono a comunicare fra loro e con il mondo degli uomini, almeno con quelli più semplici e con una vena di pazzia. Il forte desiderio di emergere nella realizzazione della “Festa della Follia”, suscita invidie, gelosie, spinge addirittura ad azioni criminali – un terribile delitto – e deve intervenire da Bolzano il commissario Renon, tanto vanaglorioso quanto inetto.

Il tema della follia è un tratto significativo fra gli scrittori classici della letteratura …

 Certamente, credo che sia fra gli aspetti più affascinanti. Nel romanzo lo spettacolo della follia va comunque in scena, nonostante le difficoltà da affrontare, con effetti mirabolanti, ispirato da autori di fama come Erasmo da Rotterdam, Ludovico Ariosto, François Rabelais, Miguel Cervantes Saavedra. Nella realizzazione finale della Festa, fra il Castello e le montagne che circondano la valle – davanti a una folla immensa giunta dall’autostrada e dalle valli vicine – si ricorre con il contributo di personaggi geniali, al concorso di macchine che si avvalgono delle ultime scoperte della tecnologia, di quella digitale, in particolare. La ricerca però di effetti forti, il voler dare un’immagine troppo ravvicinata, quasi irridente, della follia, porta a una conclusione finale sorprendente, a un vero e proprio disastro. Un passaggio questo, del libro, che sembra voler affermare che chi si avvicina troppo alla follia, ne resta bruciato …

È di indubbio interesse considerare sia l’idea di confine tra ciò che è “normale” e ciò che diventa folle sia di come la follia si sia evoluta nel tempo, nella vita reale e nella letteratura.

 Il tema della follia è complesso e nel romanzo lo affronto da più versanti. Mi soffermo sull’aspetto della follia creativa seguendo i passi di alcuni scrittori classici, a iniziare da Erasmo da Rotterdam. Mi avvicino ai loro personaggi con grande confidenza, li faccio rivivere nelle vicende del racconto, credo con leggerezza e ironia. La stessa ironia che anima l’accenno alla folle voracità del mondo della pubblicità, che si serve delle gesta di questi personaggi per lanciare prodotti commerciali sul mercato, come si accenna nelle varie scene finali della “Festa della Follia”. Mi soffermo in più pagine, d’altra parte, sulle storie di liberazione dei cosiddetti folli, nelle società moderne, da prigionia e vessazioni, sottolineando il valore dei processi sociali innestati dall’opera di specialisti come Franco Basaglia. Alla “Festa della Follia” queste persone partecipano in prima fila, con totale adesione e gioia, allo spettacolo finale, che va in scena, come si è detto, il giorno di Ferragosto fra il Castello e le montagne di Salorno. Vi è, infine, nel libro il richiamo sia alla follia del protagonista, incerto, dilacerato da varie ossessioni sia alla professionalità “incerta” della terapeuta. Sono emblemi della società di oggi, piena di ansie e paure che lasciano il segno nella vita di ognuno di noi e testimoniano dell’affannosa ricerca di sicurezze e tranquillità ricorrendo in maniera massiccia – a volte devastante – alle varie terapie psichiche e ai farmaci; non a caso, si parla dei nostri tempi come dell’epoca del Prozac.

Dunque, per concludere questo nostro incontro …

 Vorrei dire che nel romanzo “Esercizi di volo”, la storia di uno Zeno di oggi, si moltiplicano i piani del racconto, quasi in un gioco di specchi in cui – almeno lo spero – per il lettore è facile e piacevole smarrirsi, lasciandosi condurre nel labirinto della fantasia, forse l’unico che può portare a risposte veritiere. Mi piace concludere ricordando che sul libro è stato scritto che “in questo breve ma graffiante romanzo”, “la scrittura è magmatica, discorsiva, a tratti poetica, un collage di pensieri e di emozioni, in un fluire continuo. Scrittura come prova d’autore, quindi, e come ricerca di pagliuzze d’oro nelle sabbie variegate del fiume” (G. Baldassarre, Blog “Associazione Pianeta Poesia”).

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Un piccione

Katsushika Hokusai – Passeri e fiori estivi

Questa mattina ho trovato un piccione morto sul terrazzo. Un piccione è venuto a morire proprio sul mio terrazzo. Incredibile che sia successa una cosa simile con tutto lo spazio che aveva a disposizione, il verde intorno soprattutto. È venuto a sdraiarsi sul cotto, vicino al muro, quasi a contrasto con il cellophan con cui copro la bicicletta. Una morte che appare triste e assurda. Avrebbe potuto  raggiungere, con un ultimo volo, luoghi isolati, lontani da qualsiasi essere animale e invece preferisce venire a morire sul mio terrazzo. Gli avrà potuto dare conforto la mia presenza di qua dalla parete che ci separava? non credo certo che sia arrivato fin qui per me, ma può essersi accorto che forse, in quell’istante che io non ho mai conosciuto, abbia capito di non essere solo. Oppure, ed è quasi certo, per gli altri animali la morte è un avvenimento naturale, o addirittura banale. Marguerite Duras descrive la morte di una mosca alla quale ha assistito. “Si vede morire un cane, si vede morire un cavallo e si dice qualcosa, ad esempio, povera bestia. Ma se una mosca muore non si dice niente, non si registra niente. (M. Duras “Scrivere”, Feltrinelli Milano 1994). Io invece non ho assistito alla sua morte, non mi ero accorto che un piccione aveva scelto il mio terrazzo come un buon posto per andarsene. Probabilmente assistere alla morte di un piccione è diverso che assistere a quella di una mosca. Forse, soltanto per le dimensioni, ci potremmo sentire in dovere di intervenire, pur non sapendo neppure come. Sembrerebbe quasi che la grandezza del moribondo influisca sul senso di pietà che si può provare vedendone la fine. Si spiega così, forse, l’espressione che manca per una mosca: “povera bestia”. Le dimensioni di un piccione, probabilmente consentono di poter dire, anche senza aver assistito alla fine, “povera bestia”.

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La quercia

Théodore Rousseau, le querce di Apremont

Si vedeva bene dalla finestra di camera; era nella proprietà dei confinanti, ma lontana dalla loro abitazione e più vicina a noi. Infatti, a prima vista, almeno vedendola da una certa distanza, poteva addirittura sembrare che fosse nostra, dal momento che con la chioma superava la rete di recinzione. I vicini non se ne erano mai curati, anzi essendo sicuramente un albero spontaneo era più che altro tollerato al pari di altri. D’altronde, pensandoci, a chi mai sarebbe potuta tornare utile una quercia isolata in un campo incolto. Sia noi che i nostri vicini non avevamo origini o velleità contadine e una quercia, probabilmente, doveva sembrarci più appropriata in un campo coltivato, anziché piantata in un punto qualsiasi di un terreno incolto. Era una presenza quasi incombente per la mole e nel tempo era diventata parte di quel paesaggio visibile dalla finestra di camera, tanto che l’enorme chioma sorretta da un fusto largo e alto, sembrava un unico disegno come fosse una visione inscindibile da tutto il resto. Per molto tempo è rimasta una presenza solitaria, anonima, al punto, per paradosso, da passare inosservata. Un giorno ci accorgemmo che era scomparsa; alcune cataste di legna erano state accomodate in buon ordine vicino alla rete. Era stata abbattuta, ma non si seppe se fosse accaduto un giorno o una settimana prima di quando ci accorgemmo della sua assenza. Guardavamo oltre quello spazio liberato dalla quercia con curiosità, come se volessimo scoprire cosa si nascondeva dietro quella ingombrante presenza. La vista di quello che si rivelò, non fu poi molto interessante, si trattava soltanto della prospettiva del campo che conteneva la quercia, e poche altre piante  oltre a porzioni di un muretto scrostato dal tempo. Chiunque si abituò in fretta al nuovo paesaggio, tanto che la quercia scomparve definitivamente da ogni memoria. A volte, in seguito, è capitato che qualcuno la ricordasse, allora era alta 25 metri, poi qualcuno correggeva ed erano solo 20, altre volte aveva 70 anni perché il nonno di chi ricordava ne aveva parlato, per altri, invece, solo 50. Poi lentamente nessuno ne ha parlato più. questa potrebbe essere, seppure molto vaga, l’ultima notizia sulla quercia.

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Sottolineature

Marco Aurelio “Pensieri” a cura di Maristella Ceva (Oscar classici Mondadori Milano 1989)

“Non intraprendere nessuna azione a caso, né in altro modo che non sia perfettamente a regola d’arte.”

Fernando Pessoa “Il libro dell’inquietudine” (Feltrinelli Milano settembre 1987)

“Nulla è nulla per me. Sono triste, ma non con una tristezza definita, e nemmeno con una tristezza indefinita. Sono triste là fuori, nella strada dove si accumulano le casse.”

“Vorrei Vorrei … Ma c’è sempre il sole quando brilla il sole e la notte quando arriva la notte. C’è sempre la pena quando la pena ci duole e il sogno quando il sogno ci culla. C’è sempre quello che c’è e mai quello che dovrebbe esserci, non perché è meglio o perché è peggio, ma perché è altro.”

“Agire, ecco la vera intelligenza. Sarò quel che vorrò essere. Ma devo volere ciò che sarò.”

“I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti, sono quelli assurdi: l’ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c’è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l’insoddisfazione per l’esistenza del mondo.”

“Il mondo è di chi non sente. La condizione essenziale per essere un uomo pratico è la mancanza di sensibilità. La qualità principale nella pratica della vita è quella qualità che conduce all’azione, cioè la volontà. Or dunque ci sono due cose che disturbano l’azione: la sensibilità e il pensiero analitico, il quale ultimo, non è altro, in fin dei conti, che il pensiero dotato di sensibilità.”

E.M. Cioran “Quaderni” 1957-1972” (Adelphi Milano 2001)

“Non mi interessano le mie esperienze, ma le mie riflessioni su di esse.”

“La natura non conosce rimorso.”

“Gli uomini si dividono in due categorie, quelli che cercano il senso della vita senza trovarlo e quelli che l’hanno trovato senza cercarlo.”

“Non guardare né avanti né indietro, guarda in te stesso, senza paura né rimpianti. Nessuno scende dentro di sé finché resta nella superstizione del passato e del futuro.”

“Soffrire significa produrre conoscenza.”

“Si devono scrivere e soprattutto pubblicare solo cose che facciano male, e cioè di cui ci si ricordi, un libro deve scavare nelle piaghe, addirittura provocarne altre. Deve essere alle origini di uno smarrimento fecondo; ma soprattutto un libro deve rappresentare un pericolo.”

“Nella vita la cosa più terribile è non cercare più.”

“Si è infelici soltanto perché si ha un’idea troppo chiara del bene e del male.”

“Il vero inferno? sarebbe non poter dimenticare niente.”

“Gli uomini seguono solo chi regala loro illusioni. Non ci sono mai stati assembramenti intorno a un disilluso.”

Marguerite Duras “Scrivere” (Feltrinelli Milano 1994)

“Scrivere è tentare di sapere cosa si scriverebbe se si scrivesse.”

Marguerite Duras “L’amante” (Feltrinelli Milano 1985)

“Il difficile non è raggiungere qualcosa, è liberarsi dalla condizione in cui si è.”

Abate Dinuart “L’arte di tacere” (Sellerio Palermo 1989)

“È bene parlare soltanto quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio.”

“Esiste un momento per tacere, così come e siste un momento per parlare.”

”Nell’ordine, il momento di tacere deve venire sempre prima: solo quando si sarà imparato a mantenere il silenzio, si potrà imparare a parlare rettamente.”

“In generale è sicuramente meno rischioso tacere che parlare.”

Giuseppe Berto “Il male oscuro” (Rizzoli Milano 1964)

“… cambiamo noi e insieme ovverosia contemporaneamente cambia anche la realtà la quale poi è costituita da infinite cose in perenne mutamento e inoltre da alcuni milioni o miliardi di individui ognuno in rapida trasformazione e impegnato nel correre dietro per conto suo alla mutevole realtà,…”

Gesualdo Bufalino “Il malpensante lunario dell’anno che fu” (Bompiani Milano 1987)

“Un tuffo al cuore mi avvisa, timido fattorino, che la scadenza è vicina.”

“I suicidi sono solo degli impazienti.”

“Quando non è una lanterna magica, la memoria è un film dell’orrore.”

“Pericoloso entrare senza frustino nella gabbia dei ricordi. Mordono.”

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Attilio Lolini

Proprio così, come nella foto, quella più diffusa in rete; oppure con quel sorriso fra il triste e il meravigliato che, a volte, era talmente rassicurante da dissimulare ogni ombra. Sembrava che quel sorriso avesse  una luce, seppur flebile, capace di trovare in un qualsiasi dove, un brandello di speranza. Poi non era così, lo annunciava il sorriso stesso, forse, in un secondo momento. Rimaneva sempre sospesa un’ironia nichilista in quell’aria disincantata che ti portavi appresso. Anche quando raccontasti di quel vostro girovagare, tuo e di Vassalli, per le strade o, per meglio dire, per le zone campaniane, a raccogliere  indizi, informazioni, a respirare l’aria di Marradi, di Stia. La preparazione a quel capolavoro che fu poi “La notte della cometa”. ma di quel racconto ciò che, stranamente, mi è rimasto più impresso è l’aneddoto del tronco. Passavate, credo, per una strada secondaria sempre di quei luoghi, tu con la tua Panda e lui al tuo fianco. Quando ti disse di fare marcia indietro, tu ridendo ci dicesti che pensavi avesse visto un luogo dove appartarsi per un suo improrogabile bisogno; invece aveva notato quel tronco che, a tutti i costi, volle portare a casa caricandolo sul portabagagli della povera Panda. O quelle notti con Fortini a casa tua, fino quasi all’alba. In redazione arrivavi sempre con qualche notizia di queste, erano tutte ironiche avventure, vissute, o quasi, travisate, raccontate come parlassi di personaggi abbozzati, lasciati un po’ al loro destino, perché poi, è vero, te ne curavi poco; quasi fosse la loro, una vita relativa. Poi questi ultimi anni sono stati il lungo buio dove non si sapeva, dove tutto è sembrato davvero un “paese d’inverno”, proprio adesso, quasi a luglio.

Paese d’inverno
C’è un luogo dove gli anni
sono uguali
le notti combaciano perfette;
fiorisce il mandorlo
in mezzo al gelo.
Se cerchi l’oscurità la troverai
così albe, tramonti
il filo che lega
a questa intensa ebbrezza.
La gente mi pare strana
quando si fa più luce
andiamo, caro amico,
nel paese d’inverno.

Attilio Lolini

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Nasten’ka ovvero la realtà della quarta notte (“Le notti bianche” F. Dostoevskij)

Ivan Ivanovič Šiškin “Foresta di abeti”

Lui lo ammette di essere un timido: “E, per quanto io sia timido con le donne…” dice di sé quando vede Nasten’ka, piangente, la prima notte. D’altronde bisogna farsi coraggio nonostante la timidezza, ma mentre finalmente sta per portare aiuto alla ragazza, è incerto su come iniziare la conversazione, tanto che lei, capendo di essere stata sorpresa in un momento tanto delicato, “tornò padrona di sé”. D’altronde, come dice Cioran: ”La timidezza fonte inesauribile di disgrazie nella vita pratica, è la causa diretta, anzi unica, di ogni ricchezza interiore.” Vero anche in questo caso, ma il giovane è anche un solitario e un sognatore e: “Il sognatore, se occorre una definizione precisa, non è un uomo, ma, sapete, una specie di essere neutro. Si stabilisce prevalentemente in un cantuccio inaccessibile, come se volesse nascondersi perfino dalla luce del giorno, e ogni volta che si addentra nel suo cantuccio , vi aderisce come la chiocciola al guscio, e diventa simile a quell’ animale divertente chiamato tartaruga, che è nello stesso tempo un animale e una casa.” Ora se per certi versi si potrebbe dire un giovane alla moda come figura romantica, oggi sarebbe stato liquidato, ma secondo me ingiustamente, con un appellativo riduttivo e volgarmente sbrigativo, cioè: uno sfigato. Avesse avuto almeno un po’ più tempo a disposizione, forse le cose sarebbero andate diversamente, Nasten’ka aspettava da un anno, ma lui la incontra solo quella sera. Siamo però sicuri che se ne sarebbe accorto avendo più tempo a disposizione? Vive in una stanza in affitto e sogna, sogna, come tutti i sognatori, una vita diversa da quella reale, dalla quale però è attratto. Ne è attratto ma incapace di affrontarla, di viverla, preferisce sognarla, forse più che preferisce sognarla sarebbe meglio dire che non gli resta che sognarla proprio perché non riesce a viverla. Dalla vita vera ne è allo stesso momento attratto e spaventato: è un po’ il muro insormontabile dei timidi. Il sogno è accessibile, modellabile ma non è la realtà. L’impatto con la realtà è evidente la prima volta che vede la ragazza piangere. E’ un impatto reale che non sa come gestire e quasi gli sfugge di mano. Quell’impaccio da lei è colto come un segno diverso da quelli che le giungono dal mondo maschile in generale. Forse ripensando a Cioran si tratta di quella ricchezza interiore che lui possiede, con i suoi ostacoli, la sua sensibilità; è da questa naturale sconclusionatezza del sognatore e della capacità di coglierne le sfumature più alte da parte di lei, che nasce nel giro di quattro notti un grande equivoco. Alla fine però ne farà le spese solo lui: “Ma mio Dio come ho potuto crederlo? Come ho potuto essere così cieco dal momento che tutto è già preso da un altro, dal momento che nulla è mio. Dal momento, infine, che questa sua stessa tenerezza, la sua sollecitudine, il suo amore…Sì, il suo amore per me altro non era che gioia per il prossimo incontro con l’altro e desiderio di imporre anche a me la sua felicità?” Di fatto però sembrava che anche Nasten’ka, prima della quarta notte, delusa per l’attesa dell’uomo che aspetta da un anno, ricambiasse l’amore del sognatore, ma a differenza di lui lei non era una sognatrice. Quindi l’impatto con la realtà per lui che sogna è la conferma amara di una sconfitta e il sogno il ritorno a quella vita non vita dalla quale aveva creduto di potersi liberare. Per lei l’impatto con la realtà è invece la conferma di un amore voluto, atteso e infine ritrovato.

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Fax

Stazione d’Oriente, Lisbona – S. Calatrava (foto di Lucia Giannecchini)

Le fatture arrivano in una busta. Da qualche parte in un punto, forse sul retro, c’è scritto che si può richiedere l’invio per posta elettronica. Ma perché al “punto vendita” non me lo hanno detto subito? Già proprio loro. Il giorno del contratto mi dettero pure un “decoder” tramite il quale via web o con il televisore, si può vedere chissà cosa. Io dissi, no grazie non mi serve, però il Tizio del “punto vendita” disse che era parte del contratto e dovevo prenderlo, l’avrei potuto restituire in seguito. Perché? la domanda, però, la rivolsi a me stesso e non a quello del “punto vendita”. Di fatto dopo qualche giorno passai di lì con quella scatola (mai aperta) nella quale c’era il “decoder” e feci presente al solito Tizio che lo avevo riportato perché – avevo ragione – non mi serve. Mica però lo deve restituire a me, disse lui, cioè? feci io; deve sentire il numero verde, le diranno a quale indirizzo inviarlo. Inviarlo? Sì tramite posta ordinaria. Telefonai, mi dettero un indirizzo con tanto di nome e cognome di un altro Tizio di un’altra città diversa dalla mia e da quella della sede della società. Questa è una società tecnologicamente avanzatissima, però si deve chiamare un numero verde, parlare con un operatore di un call center sicuramente non italiano, a giudicare dall’accento dell’operatore, il quale fornisce l’indirizzo di un italiano (almeno dal nome) per spedirgli un pacco tramite posta ordinaria che poi era l’unica cosa materiale ricevuta dal Tizio del “punto vendita” il giorno del contratto. Questa procedura è stata sicuramente predisposta da un commesso viaggiatore tipo Gregor Samsa. Dopo però la mutazione blattoidea, forse vendicandosi del suo nuovo stato disumano, ha progettato il seguito. Scopro infatti che nella solita fattura viene sempre addebitato il costo di noleggio del “decoder”! Ma come, mi dico, l’ho restituito cinque mesi fa, cioè quasi subito. Non si trova la “ricevuta” della spedizione. Vado all’ufficio postale, loro magicamente da un archivio (cartaceo) ordinatissimo, estraggono la ricevuta. La signora di là dal vetro, tutta sorridente, mi fa la fotocopia della ricevuta e non solo, senza che le abbia chiesto nulla, persino tutto il percorso del pacco, da quel punto preciso, fino alle mani del misterioso italiano a quell’indirizzo fornito dal Tizio del call center. A me è sembrata una soluzione alla Harry Potter e volevo fare qualcosa per mostrare tutta la mia riconoscenza; niente, dice quella sorridente, siamo qui per questo. Bene e ora ho tutto ciò che mi serve per riavere i soldi del “decoder” mai usato, quindi passo dal “punto vendita” e dico che siccome sulla fattura ci sono solo un paio di indirizzi di uffici dal nome strano, ma non una mail o cose simili desideravo saper cosa fare. La speranza era che ci pensassero loro, visto che tutto era nato da quel “punto vendita”.  Quello invece mi dice: mail è meglio di no perché chissà… come chissà, dico io. Lui meglio un fax! un fax? com’è possibile, ma esistono ancora i fax? Certo, mi fa lui e mi dà un altro numero verde. Mi sono chiesto dove potrà essere quel fax, su quale tavolo, in quale ufficio di quale stato; però sono andato in tabaccheria con i miei fogli e ho chiesto del fax. C’era; ho dovuto attendere la connessione. Ci vuole un po’ mi dice la ragazza, va bene dico, aspetto e mentre guardo le sigarette elettroniche, le carte da gioco, sento partire gli squilli tipici della connessione, un suono che avevo dimenticato.

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Lungo le strade di periferia

Cézanne – Maisons au bord d’une route

Lungo le strade di periferia abbandonavano oggetti di ogni genere. Il più delle volte erano automobilisti di passaggio a gettare qualcosa dal finestrino; gli oggetti non rimanevano a lungo sulla carreggiata, spinti dal passaggio di altre auto, si raccoglievano ai bordi. Rimanevano lì, disponibili per lungo tempo. Sembrava che il trascorrere dei giorni conferisse la parvenza di una seconda vita a cose neutre e banali. Fogli bianchi rigati da appunti confusi, una volta accartocciati, macchiati e ingialliti per il troppo gelo o il troppo sole, riacquistavano dignità, tanto da credere che nessuno se ne sarebbe mai disfatto, se anche allora avessero avuto un simile aspetto. Non era refurtiva smarrita da ladri poco accorti, si trattava di abbandono per scadenza dei termini di utilità: valvole, tappi, bobine, carte, a volte spuntavano da sotto lo strato di erbacce, tra i muri a secco e l’asfalto. La loro storia interrotta ai margini di una strada di periferia, è sempre rimasta inascoltata; un’archeologia degli oggetti inservibili che oggi volesse rintracciare quella dispersione, forse porterebbe alla luce intrecci di avvenimenti e relazioni di appartenenze. Con la pulizia settimanale della spazzatrice automatica, in osservanza delle doverose disposizioni di igiene urbana, è cancellata ogni memoria, e così, anche un solo foglio a quadretti, perduto da uno scolaro distratto, manifesterebbe da solo l’indecenza, l’incuria, e il disordine che, però, ahimè o fortunatamente, sarà ripristinato al passaggio successivo della spazzatrice automatica.

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Un duplice punto di vista, incontro con Graziano Dei

immagineAvevo chiesto a Graziano Dei di parlare della parola nel teatro e nella pubblicità, almeno dal suo duplice punto di vista di attore e di grafico pubblicitario .Da una parte. quindi. il teatro, cioè la parola che segue un copione, e che rimane nello schema della rappresentazione, anche se avrà il suo tono, la sua incisività. L’altra è uno slogan,  o una singola parola incastrata nel mezzo di un altro linguaggio,  quello multimediale.  Alla fine siamo giunti ad una serie di domande scaturita da un confronto sull’argomento; domande alle quali Graziano Dei ha risposto tenendo fede fino all’ultimo al tema iniziale. Qui di seguito sono quindi riportate in grassetto le domande e subito dopo le risposte.

La comunicazione pubblicitaria ormai è quasi interamente affidato al linguaggio multimediale, la parola quindi si sarà ritagliata un ruolo diverso rispetto a quello che aveva precedentemente. Come viene utilizzata attualmente?

L’ambiente in cui viviamo, e in cui operiamo quotidianamente, ci obbliga e allo stesso tempo ci stimola a trovare registri di comunicazione molto diversificati, direi elastici, per il semplice fatto che comunicare, interagire con i nostri simili, è ormai l’umus in cui siamo immersi, la nostra sostanza vitale. I mezzi con i quali questo nostro bisogno, diventato ormai “primario” si esplicita sono molti. Inutile dire che la Rete, o forse sarebbe meglio dire “le reti” offrono spunti e possibilità di sperimentazione notevoli, amplificano le possibilità di interazione con gli altri, e permettono a ognuno di ritagliarsi uno spazio, una identità facilmente rintracciabile. Questo ha portato a una personalizzazione molto forte del messaggio, che può essere ritagliato in maniera molto precisa sulle nostre caratteristiche. I tempi di fruizione e interazione con il messaggio, devono essere molto veloci, e il ruolo dell’immagine acquista sempre più importanza perché deve essere in grado di “tenere” un pubblico pronto in ogni istante con un “click” a girare pagina e passare ad altro.

La parola, in questo insieme di segnali e di stimoli sensoriali, ha subito secondo me la sua “naturale” evoluzione, l’unica possibile: si è adattata ai nuovi mezzi, ha trovato forme espressive più immediate e sintetiche, ma direi anche globalizzate, o globalizzanti, pensa all’uso totalmente disinvolto dell’inglese, come se tutti fossimo anglofoni, o del farncese quando si parla di moda, profumi ecc.   Dobbiamo dire comunque che nel messaggio pubblicitario, la parola ha un ruolo importante, ma in ogni caso, si tratta di una parola che ha una funzione molto precisa, è una parola strutturata per raggiungere precisi scopi, “tarata” per colpire con precisione cristallina. Il gruppo sociale da “informare” viene chiamato, non a caso “Target” (bersaglio). Il linguaggio pubblicitario inoltre, deve usare elementi ben conosciuti e rassicuranti, circoscritti in ambiti che la nostra psiche conosce bene, in modo che chi riceve il messaggio sia pienamente disponibile ad assimilarlo, accettarlo e a convincersi della sua buona fede, bontà, e utilità. Non solo, ma anche se il messaggio si presenta come destinato in maniera univoca a chi ascolta, in realtà quell’unico soggetto dovrà sentirsi un po’ più uguale agli altri, (intesi come coloro che fanno parte del suo gruppo – target), ne consegue che il linguaggio deve plasmarsi su canoni ben precisi  e a cui il gruppo si riconosca fedelmente.

Anche sul palcoscenico, di fatto, la parola (che comunque ha un’importanza maggiore) ha un suo modo di rappresentarsi, dovuto a quanto la sceneggiatura richieda. Che tipo di analogia si può trovare tra i due aspetti?

Il linguaggio di per sé rappresenta un mezzo, un “filtro” che usiamo per permettere alle nostre idee, alle nostre emozioni, di raggiungere gli altri.  Nella pubblicità vediamo come questo filtro viene plasmato e strutturato secondo canoni precisi e circoscritti. In teatro siamo di fronte a un linguaggio narrativo, poetico, in cui l’elemento narrato vive una sua realtà, simbolica o veritiera, completamente indifferente alla condizione di chi ascolta. Inoltre, lo spettatore che si trova seduto davanti a un palcoscenico ha davanti a sé un elemento molto importante che si fa portatore della parola: ha davanti un attore, un interprete.

La parola che in teatro ha una valenza poetica, usa anche qui canoni emozionali, ma soggetti ad una variabile: il tramite dell’attore, che in questo caso diventa “transfer” e leggendo un testo o interpretando un personaggio comunica allo spettatore qualcosa di inaspettato, e può, inaspettatamente avvicinare chi ascolta a una verità questa volta “nuda” personale perché non canonizzata. Il gesto, la parola interpretata, questa volta si fa esperienza unica

Una parola deve essere convincente, deve portare ad un risultato più prettamente concreto monetizzabile, mentre in un altro caso dovrà portare ad una comprensione diciamo più prettamente narrativo-evocativa, che mi dici in proposito?

Certo, in ambito pubblicitario la comunicazione deve per forza portare a risultati tangibili, anche se non necessariamente monetizzabili, (pensiamo anche ai vari tipi di comunicazione sociale che possono avere uno scopo puramente educativo), ma in ogni caso la tipologia del linguaggio non cambia. In un ambito di rappresentazione teatrale invece, il rapporto con il pubblico e il “transfer” attore porta a cercare un contatto con l’oggetto della narrazione di tipo personale, lo spettatore si trova di fronte a suggestioni che richiedono un’attività interpretativa e un ascolto attivo, direi creativo. Il linguaggio nella pubblicità è un contenitore di canoni ben precisi, che solo apparentemente stimola la mia immaginazione, nel teatro, come nella letteratura, la parola diventa creatrice, mi spinge in un territorio dove devo immaginare, sentire e quindi, elaborare.

In teatro la parola resta circoscritta ad un luogo fisico determinato, mentre nella comunicazione pubblicitaria c’è anche l’esigenza di uscire da uno spazio circoscritto al messaggio, è esatto?

Il contesto fisico del teatro rappresenta, certo una sorta di “luogo sacro” in cui chi entra si pone già nell’attesa di un’ evento e in uno stato d’animo pronto a ricevere. D’altra parte, il messaggio pubblicitario, arriva in maniera improvvisa, taglia, interrompe e arriva là dove io non me lo aspetto, è sempre in qualche modo un messaggio indesiderato. Ma credo che questo sia un aspetto piuttosto marginale della differenza dei due ambiti. La comunicazione pubblicitaria può trovare spazio in tutti i settori della nostra vita quotidiana, dalla strada alla tv alla rete, nei giornali e in tutto quello che consumiamo. Ma anche la parola poetica, attraverso la rappresentazione può trovare forma in molti ambiti, pensiamo al cinema, all’uso del video oppure alle varie forme di rappresentazione che si sono aggiunte al teatro, dalla Performance, fino al Flash-mob.

Insomma il teatro non si fa solo sui palcoscenici, si fa per strada, si fa alla televisione, si postano video su Youtube. Direi che se è vero che il pubblico “va” a teatro e quindi cerca il teatro, può anche essere vero il contrario: il teatro può cercare il pubblico, o comunque la “rappresentazione” può cercare il pubblico.

Anche il pubblico è diverso, mentre nella rappresentazione teatrale il pubblico è lì perché si aspetta di vedere e ascoltare un messaggio al quale è interessato, nella pubblicità ci sarà, per così dire, l’effetto sorpresa, il pubblico, in qualche modo va cercato, attratto.

Certo, il pubblico è decisamente diverso. Ma anche qui le differenze non sono così nette. Dobbiamo riconoscere che ci sono alcuni aspetti molto simili nella comunicazione, ad esempio  in ambedue i casi c’è un pubblico che ascolta e al quale dobbiamo chiedere necessariamente attenzione. Un messaggio pubblicitario deve “tenere” il pubblico, ma anche in teatro il pubblico si può annoiare. Se la nostra interpretazione non è efficace il contatto con il pubblico sarà perso, anche qui lo scopo della comunicazione è il fruire del messaggio e questo comporta che l’attenzione del fruitore va tenuta, anche se questo, data la circostanza può richiedere un minore impegno. Esiste quindi un livello superficiale in cui il contatto tra spettatore/ascoltatore e attore, avviene attraverso codici simili, direi universali, pensa ad esempio all’incipit di un romanzo, allo stesso modo, in qualsiasi rappresentazione è importante creare un’aspettativa, coinvolgere il pubblico con segnali che facciano pensare a qualcosa che c’è al di là, che facciano intravedere verità nascoste. Credo però che le similitudini si fermino qui. A questo punto nella rappresentazione teatrale entra in scena l’elemento possiamo dire, destabilizzante, che può essere l’interprete, la regia, o soluzioni sceniche particolari, ma che in ogni caso mettendo in contatto due sensibilità, quella dello spettatore e quella del regista/attore, innesca una reazione che sarà mia, unica e imprevedibile.

Nel messaggio pubblicitario questo non è ammesso, il messaggio in questo caso dovrà portare il maggior numero di persone possibile ad un unico risultato, quello previsto dal committente, e dovrà portarci il maggior numero di persone possibili, questo prevede codici linguistici, psicologici e interpretativi, molto precisi a cui, diciamo, il nostro inconscio aderisca senza troppi sforzi.

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“La trahison des images ” R. Magritte

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