Buon appetito Firenze

Caffè Michelangiolo A Cecioni

“Caffè Michelangiolo” A. Cecioni

A Firenze, località dell’Italia centrale, nota nel mondo per i suoi ristoranti, minimarket, fast food, take away, self service, mense, trattorie, e per questo patrimonio dell’Unesco, è in corso una polemica circa la realizzazione o meno di un luogo di ristorazione in piazza Duomo. C’è da dire che la lotta ai centri di ristorazione a Firenze viene da lontano: un tempo proprio vicino al Duomo c’era il caffè Michelangiolo, e lì s’incontravano alcuni pittori, come ad esempio, Telemaco Signorini, Giovanni Fattori, Adriano Cecioni, Silvestro Lega. Non davano noia a nessuno e alla fine pagavano anche il conto, bevevano, discutevano di arte, fumacchiavano, certo mica se ne andavano per chiese o gallerie e il brand del movimento non era molto apprezzato all’epoca, ma c’era proprio bisogno di chiudere il caffè? Una sorte simile toccò molto tempo dopo, ad un altro bar, il caffè Doney dove intellettuali locali come ad esempio Piero Bigongiari, Oreste Macrì, ma anche stranieri: Théophile Gautier o Herman Melville, facevano colazione. Niente da fare, ha resistito fino all’86 ma poi è stato chiuso. Pericolo scampato invece per il bar pasticceria il Bottegone, che si affacciava su piazza Duomo, l’originale scomparso nel 1962, ma subito rimpiazzata e oggi è un bel self-service. Un caso particolare ma risolto nel migliore dei modi è stato quello che ha visto finalmente la chiusura del negozio di Belle arti “Leoncini”, situato proprio di fronte all’Accademia di Belle Arti e a pochi metri dalla galleria dell’Accademia. Francamente di un negozio del genere di fronte ad un’accademia dove si insegna a dipingere e scolpire, e vicino ad un museo con sculture di Michelangelo, non se ne vede davvero l’utilità. Alla fine però, benché con notevole ritardo, il problema è stato affrontato e risolto: oggi infatti al posto dell’inutile negozio sorge un grazioso minimarket. Discorso a parte è quello sulle librerie; la lotta qui è stata durissima, e ancora non è finita, anche se in almeno due casi si possono notare buoni risultati: uno è sicuramente quello ottenuto contro la libreria del teatro al posto della quale oggi c’è un’ottima gelateria per la gioia dei turisti che si accingono a passare il Ponte Vecchio. L’altra libreria chiusa (ma questa relativamente da poco tempo purtroppo) è quella del Porcellino, oggi anche qui proprio davanti all’omonima loggia, si può gustare un buon gelato. Il caso invece della libreria Edison è particolare, in quanto è stata chiusa , ma ahimè riaperta con un altro nome. Tuttavia, ciò che fa ben sperare per il futuro è che il ristorante nascosto tra i libri al piano terra, possa pian piano allargarsi e raggiungere anche il piano superiore, e sostituire gli “Ossi di seppia” con la ribollita. La cosa è riuscita meglio con altre librerie come la Seeber, Le Monnier, la Marzocco; ma la lotta è dura, difficile, per una che chiude c’è sempre il pericolo che ne riapra un’altra. Si sa, i fiorentini sono polemici, devono discutere sempre su tutto fin dai Guelfi e Ghibellini, bianchi e neri, ma poi alla fine trovano sempre la soluzione e, a questo proposito, vi invito a leggere il link esplicativo qui sotto e, se credete, anche a firmare la petizione per realizzare finalmente anche in piazza Duomo, un luogo di ristoro degno di questo nome. Buon appetito Firenze.

Il caso

Petizione

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Buio

Magritte - l'impero delle luci

R. Magritte “L’impero delle luci”

«Se cercando una mano nel buio trovi invece un culo, pensa alla ricchezza e al mistero del buio.» Guido Ceronetti, Il silenzio del corpo, 1979

Ciò che si nascondeva nel buio era indefinibile, soprattutto perché gli adulti contribuivano a confondere con affermazioni come: “Adesso è buio, domani”, oppure: “Rincasa prima di sera. Sarebbe stato sufficiente elencare i pericoli reali e le precauzioni da prendere, che chiunque forse avrebbe accettato i consigli. Era però più semplice insinuare il sospetto del pericolo nascosto nell’oscurità, tanto che alla fine risultava il buio il vero responsabile dei divieti, non gli adulti; loro avrebbero anche assecondato tutte le legittime curiosità dei piccoli, ma purtroppo il buio si frapponeva tra il desiderio e l’esaudimento. Educare con il “no” rende odiosi e retrogradi, e per educare con il “sì” ci vuole una notevole preparazione, quindi addossare tutta la responsabilità all’oscurità facilitava il compito. Per questo ognuno ha avuto modo di costruirsi la sua paura personale, il proprio divieto, ha dovuto cercare a tentoni tutto ciò che di terribile riusciva ad immaginare. Quello che non si vedeva doveva intimorire perché se ne stava nascosto unicamente per mangiarci vivi, colpirci a morte in qualche modo. Dovessero manifestarsi tutte insieme le creature che il buio ha celato per anni invaderebbero le città. D’altronde ladri e assassini prediligono le tenebre, è ovvio, benché i più abili tra loro, non si scoraggiano neppure con il sole alto. Tolti pochi fantasmi, vaghi mostri, ombre sinistre negli androni, nelle campagne, o in strade secondarie, erano proprio ladri e assassini i pericoli reali. Ma l’addestramento fin dalla più tenera età a diffidare del buio ha confuso non poco i percorsi tortuosi per raggiungere l’età matura. Quando al culmine di tutti gli spaventi si sfiorava un’altra mano intuendo solamente il vago biancheggiare di un sorriso complice, d’improvviso la malvagità della notte spendeva i suoi ultimi spiccioli di terrore proponendo nuove sembianze; le vaghe ombre svanivano, e al pari di ladri e assassini, eravamo, confusi nell’oscurità, improvvisamente adulti tra il fuggi fuggi di fantasmi.

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Si giocava a carte perché pioveva

Vincent van Gogh pioggia

Vincent van Gogh “Pioggia”

Si giocava a carte perché pioveva, non perché ci piacesse. Da sopra il monte, dopo che il sole spariva, iniziavano ad avanzare grosse nubi di piombo che sembrava si strappassero sulle cime aguzze; ci guardavamo e a volte non era neppure necessario parlare: spuntava un mazzo di carte, oppure sapevamo che l’avremmo trovato là dove già ci stavamo incamminando silenziosamente. Qualsiasi progetto in quel momento era rimandato, ogni altro desiderio si perdeva nel buio di quelle nubi che ci venivano incontro. Ognuno di noi avrebbe fatto qualcosa da solo o al massimo con un amico, invece la pioggia costringeva tutti a stare insieme, era il temporale che ci univa, non le carte. Se non pioveva non eravamo neppure d’accordo su cosa fare e non abbiamo mai giocato a carte con il bel tempo.  Il gioco delle carte sembrava così lontano da noi che ci meravigliavamo se qualcuno, in qualche circostanza almeno, esibiva abilità insospettate. Soltanto i vecchi giocavano a carte; nei circoli, o durante le feste. Giocavano a carte come se fosse la loro unica speranza di riaffermare qualcosa che sarebbe stato impossibile affermare altrimenti. Giocavano a carte oppure mangiavano, non facevano altro. Giocando a carte, improvvisamente diventavamo vecchi. Si giocava quasi sempre sul tavolo di cucina; una cucina qualsiasi a casa di qualcuno. Erano case di campagna, spesso prese in affitto per l’estate oppure vecchie case dei nonni, e le cucine erano spesso umide, buie e sui tavoli c’erano tovaglie cerate a quadri bianchi e rossi, oppure a fiori. Le carte si stagliavano su questo sfondo anonimo come fossero adagiate su un pavimento o sopra un triste prato. Sui volti di ognuno si dipingeva una rassegnata felicità per come era andata la giornata, dalle finestre argentate si vedeva scendere un fiume d’acqua e il rumore degli scrosci entrava anche nella cucina. Appena finito il temporale, ci saremmo nuovamente dispersi fino a quando le nubi scure non fossero nuovamente comparse sopra la cima del monte.

 

 

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Una debole lingua madre

Hans Memling - La passione

Hans Memling “La passione”

L’interesse per la lingua ha avuto origine dalla sua debolezza. Era una lingua povera, priva di espressione, una lingua neutrale e incolore. Le parole, anche se a volte oscure, possedevano solo un significato quasi convenzionale. Non ne conoscevamo il senso, ma sapevamo che potevano essere utilizzate per indicare quella tal cosa, quindi cessavano di essere oscure in quell’istante tornando ad esserlo subito dopo. A volte erano parole inappropriate per designare ciò che si voleva far sapere, ma si era certi che saremmo stati compresi comunque, perché l’apparente inesattezza faceva parte, nella pratica, di una convenzione non scritta però conosciuta da tutti. La lingua era soltanto utile, al pari di un utensile qualsiasi, altrimenti se ne sarebbe potuto fare a meno. Anche il dialetto sembrava superfluo, e a meno che certi vocaboli acquistassero senso come consolidati sinonimi, era più diffusa l’invenzione involontaria di neologismi nati da parole ascoltate male o pronunciate scorrettamente; queste quando poi si solidificavano salivano al rango di precisi significati. Nessuno esprimeva un sentimento, non era necessario far conoscere il proprio stato d’animo, o essere messi al corrente di quello altrui. Ciò che apparteneva ad una pur banale emozione, rimaneva oscurato da un’espressione inaccessibile. Anche i sorrisi o le risa si legavano soltanto all’ascolto di barzellette, o alla vista degli errori o degli impacci altrui. Forse gli unici sentimenti ammissibili erano l’odio o la rabbia per qualcosa o qualcuno. In quel caso le offese, e anche queste corredate di un loro peso e valore convenzionali, erano manifestate spontaneamente. Se qualcosa andava storto e, invece, nessuno poteva essere incolpato per questo, allora l’espressione più ricorrente era la bestemmia; non si comunicava con nessuno, ma soltanto con l’ipotetico responsabile irraggiungibile in modo diverso. Ciò che veniva detto, poteva essere pronunciato da chiunque, nessuno possedeva un modo personale per comunicare, tutti utilizzavano gli stessi vocaboli, addirittura la stessa intera frase, come se a parlare fosse sempre una sola persona. Erano perlopiù notizie, si metteva al corrente gli altri di ciò che sapevamo, solo questo. Erano frasi intere, comunicazioni utilizzate dalle generazioni precedenti nelle campagne, per scambiarsi esperienze e informazioni utili per il lavoro nei campi, ogni parola, però, in quella circostanza era stata preziosa al pari di un attrezzo. Un’informazione esatta contribuiva alla buona riuscita del tutto. Il passaggio alla vita urbana, ha confinato in un limbo una lingua che lentamente si è indebolita perdendo anche senso in una semplice conversazione familiare. Di cosa sarebbe stato necessario parlare? chi raccontava sembrava parlasse di un altro mondo. È stato necessario il silenzio, fare come un vuoto intorno, per ascoltare tutte le altra voci.

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Gabriella Maleti 1942 – 2016

gabri3_nCi vedevamo di frequente, a volte anche per caso; in piazza Indipendenza non era difficile incontrarla. Sbucava da via XXVII Aprile tenendo a freno Tommy, e sembrava quasi fosse lui a trascinarla con la sua esuberanza nelle uscite. Alle riunioni di redazione era tra i critici più severi, ma anche il più ironico, allora come il suo amato Pessoa, delegava un “eteronimo”, in questo caso “verbale” a commentare la lettura di un testo in dialetto milanese, oppure con cadenza palermitana. Quando invece la sua voce si faceva ferma, serena, il commento era lucido, vivissimo, profondo e si notava spesso, allora, qualcosa che a noi forse inizialmente era sfuggito. Ci vedevamo, eppure le avevo scritto per invitarla a questo blog, perché nonostante l’amicizia trentennale l’invito doveva essere “ufficiale”. Qui di seguito il mio invito e la sua risposta: Cara Gabriella, mi piacerebbe ospitare qualcosa di tuo sul mio blog. In particolare mi piacerebbe che ti pronunciassi su questo tuo vario e ricco repertorio espressivo. Riguardando la tua biografia sembra quasi che l’attività di regista sia superiore a quella di poeta o fotografo o scrittore. Ecco pensavo a qualcosa del genere: tutti i mezzi possibili per un’ unica ricerca; voci affidate ad attori e a personaggi, scene o capitoli, oppure la poesia che, spesso, riesce a racchiudere nella combinazione precisa dei versi, altre espressioni o suggestioni. Ecco pensavo a questo, cioè che tu potessi, in un paio di pagine (o quanto vuoi) “illustrare” un percorso del genere, ma naturalmente non è vincolante, questa è solo una mia idea. Ti chiedo questo sempre nello spirito del blog, cioè oltre che una “cosa mia”, anche un luogo dove posso invitare gli amici a fare quattro chiacchiere. Non sentirti obbligata, non c’è fretta e neppure impegni da prendere. Con un abbraccio Alessandro (24 gennaio 2015 23:20). Caro Alessandro,  ti ringrazio del tuo invito, e ci rifletterò… Si tratterà di uno scritto piuttosto impegnativo, al quale cercherò di dedicarmi. A presto, e un saluto affettuoso da Gabriella  03 feb 2015 – 16:12

Riferimenti in rete:

Carte Sensibili

LaRecherche

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Le cabine telefoniche delle piazze

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“Piazzetta di Settignano” T. Signorini

Per la loro posizione strategica le cabine telefoniche nelle piazze erano le migliori, poi potevano andar bene pure quelle nelle strade secondarie, ma quelle nelle piazze erano le migliori in assoluto. Di solito due, una vicina all’altra e con ingressi opposti: lato piazza e lato strada. Per prima cosa bisognava accaparrarsi la cabina lato piazza, meno rumorosa; si trattava di raggiungerla, ficcarsi dentro e, nel caso, anche fingere di telefonare in attesa del momento fissato. L’ora della telefonata, infatti, era concordata, perché si telefonava a casa di una famiglia intera ma si desiderava parlare con una sola persona. C’era da tener presente anche il fatto che questa cabina poteva avere il telefono guasto e che quindi l’altra, nonostante la posizione meno comoda, rimaneva l’unica utilizzabile. Una volta entrati fingere di telefonare diventava pure un test: se il telefono dava segni di vita, allora eri salvo, altrimenti dovevi infilarti subito nell’altra. Per un periodo ci sono state le cabine con le porte a battente ed erano molto più riparate dai rumori e dal freddo. Poi sono venute quelle senza porte, con scomparti aperti esposte al vento, al freddo, al rumore. In queste circostanze le telefonate si fecero più scomode, in molti casi più frettolose, tutto si concentrava esclusivamente nell’ascolto, lo sguardo non vagava più oltre i vetri, ma rimaneva fisso in un punto. Dalle cabine telefoniche chiuse, durante le telefonate, lo sguardo indugiava sullo spazio urbano, sul viavai della gente e del traffico. Dal vetro sporco, con frammenti di carta attaccati, sfibrati dal tempo e dai telefonanti, si vedeva il solito scorcio; a volte capitava di rivedere la stessa persona entrare nel solito portone. Piazze secondarie, periferiche, luoghi quasi isolati, e animati solamente il giorno del mercato, luoghi quasi silenziosi dove le conversazioni si prolungavano nel tempo, oltre il necessario. Era evidente però che dopo le cabine aperte, qualcosa stava cambiando, infatti iniziarono a comparire colonnine isolate con piccole cupole dove infilare a malapena solamente la testa. Sembrava non vi fosse più bisogno di telefonare, sembrava superfluo, o una mera necessità contingente da sbrigare nel tempo necessario ad una comunicazione essenziale. Sembrò, pensandoci a posteriori, una vera controtendenza dal momento che la fase successiva è stata la comparsa del cellulare. Sarà più difficile legare una telefonata ad un luogo, ad uno scorcio, ad uno spicchio di un insieme che è stato nel tempo la scenografia essenziale delle voci, delle parole che ci hanno tenuto legati a quel filo, dentro una cabina divenuta nel tempo un punto di osservazione, di ascolto. 

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L’accento inglese di Frank

turner

William Turner “The Evening Star”

Frank disse che i muri a secco lungo via Cosimo il Vecchio, specialmente in quell’autunno, avvolti dalla nebbia, gli ricordavano un po’ le sue zone. Le sue zone credo fossero i dintorni di Londra. Fu una nota più alta nel flusso delle nostre conversazioni di adolescenti. C’era una certa nostalgia in quell’affermazione, e sembrò addirittura felice di aver ritrovato in un tratto di strada periferico qualcosa che gli ricordasse casa. Eppure tutti pensavamo che ormai stabilitosi qui definitivamente potesse considerare il nuovo posto come suo, trascurando, invece, il fatto che era proprio per essersi trasferito in un’altra città che aveva probabilmente nostalgia di Londra.
Fu un autunno particolare, molto umido, forse più degli altri e le stesse giornate sembrarono adeguarsi, nelle mezze luci, nella nebbia che a sera saliva dai campi incolti, a quella sensazione espressa in una frase pronunciata con quell’accento inglese che, tutto sommato, conferì maggior significato a un sentimento a noi sconosciuto.
C’incontrammo tutti nuovamente molti anni dopo, Frank sulla terrazza spazzata dal vento guardava il mare con aria assorta e sembrava che avesse ancora nostalgia di qualcosa; fu in quell’istante che mi tornò in mente l’autunno di tanti anni prima. Gli chiesi se ricordasse quel giorno, sorrise ma disse di non ricordare, però aggiunse che stava per partire e raggiungere moglie e figli già a Londra. Pensai ai quarant’anni passati da quell’autunno a quel momento, al fatto che poi questo non era mai stato il suo posto anche se ci aveva vissuto per tanto tempo. Dopo chiarì che non si trattava proprio di Londra, ma della prima periferia dove aveva aperto un agriturismo. Parlava con il solito accento inglese che forse non aveva mai voluto abbandonare.

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La pena uguale

Paul Cézanne - La casa del dottor Gachet a Auvers

Paul Cézanne “La casa del dottor Gachet a Auvers ”

Troviamo maggiori difficoltà ad attuare ciò che vorremmo rispetto a ciò che ci viene chiesto. Meno impegnativo esaudire gli altri.

Non è l’avvenimento che ha un senso; è il giudizio che se ne dà. La differenza è quasi esclusivamente l’aspetto narrativo; cioè il modo in cui raccontiamo l’avvenimento ne determina il valore.

La tolleranza e l’intolleranza guardano al sopportabile e all’inammissibile con lo stesso atteggiamento. Il tollerante e l’intollerante si credono entrambi “fondamentali” rispetto a chi scusano oppure odiano apertamente. Avvertono, in modi opposti, la distanza che li separa da chi considerano diverso da loro.
Per rendersi ammissibile l’altro, così come per non giustificarlo, si pongono in una posizione di legittimità con procura per il giudizio. Le loro qualità permettono soltanto di reputarlo non uguale, tanto che non mutano le abitudini nonostante la sua presenza, oppure a costo di sopprimerlo, si propongono di farne a meno.
L’intollerante e il tollerante, sono certi di rappresentare la soluzione per il solo fatto di provare reazioni distinte davanti al non allineato. Ciò nonostante sono talmente vicini nel principio ispiratore, che dovrebbero sentirsi uguali senza imbarazzo.
D’altronde il tollerante ha i mezzi per accettare l’intollerante, così come questi continua a non approvare chiunque tolleri. Per questo continuano a proclamarsi diversi l’uno dall’altro.

Pettegolezzi sulla sfortuna

Sarà sufficiente avvertire il rischio di essere chiamati in causa, intuire la presenza di una colpa o solo di una mancanza, per dirottare sulla sfortuna ogni disonore. Fino a quando riusciremo a gravarla del peso di tutte le nostre responsabilità, a giudicarla colpevole di ciò che non riusciamo a ottenere, ci metteremo in salvo; riusciremo, grazie ad essa, a condonarci, e non avremo mai alcun debito con la coscienza.
Non riusciremo a spiegare niente con la sfortuna, però si renderà sempre necessaria ogni volta che tutte le altre spiegazioni saranno inutili.

Una volta vi erano nomi definiti: neve, freddo, vento, pioggia. Oggi diciamo maltempo.
Vengono riassunte, al negativo, manifestazioni del tutto naturali esprimendo un giudizio di merito, e non una constatazione conseguente alle condizioni atmosferiche.
L’accezione “maltempo” suggerisce il rapporto esclusivo tra l’uomo e la natura, trascurando il rapporto inverso.
L’accanimento è quello che la natura, come sempre, ha riservato all’uomo; la sintesi della malvagità della natura, quando non tiene conto della nostra presenza.

Tutti coloro che non si conoscono, i nostri contemporanei che non incontreremo mai. Il non poter comunicare con loro. O quelli che nasceranno solo dopo. Chi non esiste già più. Chi non ci sarà mai.

A volte, d’improvviso, quella pena oscura: il non essere riusciti. Il non aver neppure tentato.
Non aver saputo prima cosa poteva essere, e dopo trovarsi qui, consapevoli che così non era previsto e non potrà mai più essere come mai non è stato.

Ripercorrere, di quando in quando, la strada a ritroso. Rivedersi, sentire ancora quei suoni, le voci, rivisitare i luoghi e incontrare le persone che ci furono care. Di quando in quando, poi tornare.

Se in ogni momento non ribadisci chi sei, finisce che ti prendono per uno di loro.

L’ansia guarda sempre al futuro.

O si è se stessi fino in fondo, o si è qualcun altro.

Apologia dell’illusione

Quando si hanno illusioni si può aspirare alla certezza di non subire l’offesa dell’immaginabile. Ci svincoliamo dal previsto. Andiamo oltre il già dimostrato.
Tutto ciò che appare come normalizzato e regolato, è privo di quella forza che sprigiona l’illusione.
Appena non ci facciamo trovare all’appuntamento con il conformismo, si può finalmente convergere sull’illusione per spingerci fuori da un sistema che ha già previsto la nostra presenza, il nostro divenire e la nostra fine. Se possiamo confidare nella fuga da questo dispositivo, saremo stanziali nel sogno, acquistando la sicurezza di vivere oltre ciò che si sa.

L’oggetto della domanda è l’obiettivo della ricerca. L’esclamativo dell’interrogazione.

Molto spesso il disorientamento per ciò che accade, ha origine dal non aver osservato la realtà, bensì ciò che ci piacerebbe la realtà fosse.

La pena uguale

Mentre si cerca una via di fuga, un’occasione che ci porti lontano da dove non vorremmo essere, ci accorgiamo che il movimento intorno a noi non ci prevede. Cerchiamo lo spazio necessario per uscirne, ma sono operazioni solitarie e ci costringono, dopo circonferenze perfette, a tornare nel solito punto.
È questo affidare la propria sorte unicamente all’iniziativa privata, che ci conferma responsabili degli insuccessi e ci distanzia da tutto.
La collettività ha raggiunto il suo punto più alto di astrazione, confinando ognuno nel proprio spazio.
Ci pare che ci sia toccato in sorte un destino personale con il quale siamo in grado di fissare le differenze.
Il simile è un sosia estraneo che ci somiglia e ci respinge.
Si è gelosi persino dei nostri mali, fino al punto di disconoscere all’altro, una pena uguale.

Frammenti tratti dal mio libro “La pena uguale” Edizioni Gazebo Firenze maggio 2009
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Il niente tra noi e il paesaggio

13 Toulouse-Lautrec - Molin Rouge - la Goulue

Henri de Toulouse-Lautrec ‘Moulin Rouge: La Goulue’

Nel tratto di strada che si snoda per poco più di tre chilometri tra due frazioni dello stesso comune, ci sono soltanto un paio di curve, una casa isolata, una chiesa, un cimitero, un campo sportivo e dodici cartelloni pubblicitari, in media uno ogni 250 metri. Su di un lato scorre il fiume, sull’altro la ferrovia. Nel primo cartellone pubblicitario si mette al corrente chi guida che a circa dieci chilometri da quel punto c’è un mobilificio che applica dei prezzi “imbattibili”. Nel secondo cartellone si fa sapere che nel paese successivo sono in vendita alcuni appartamenti di varie tipologie e che essendo, appunto di varie tipologie, è quasi certo che ci sarà quella che ci interessa; il numero di telefono dell’agenzia immobiliare è scritto in nero su fondo giallo a caratteri smisurati. Il terzo cartello è sul lato sinistro poco prima della curva e pubblicizza spaghetti e penne, tortellini e fusilli, fotografati su fondo blu, alcuni cotti e trafitti da forchette lucenti, altri crudi. Nel quarto cartello siamo informati dell’esistenza di un autospurgo che è reperibile notte e giorno, basta telefonare al numero visibile sotto una fotografia sbiadita. Il quinto cartellone fornisce indicazioni su un agriturismo distante cinque chilometri, dove si può trovare silenzio, natura, piscina e wi-fi. Il sesto cartello appare subito dopo la curva e raccomanda l’auto dell’anno con tutti i suoi accessori ed i suoi prezzi imbattibili. Oltre a tutto questo c’è un paesaggio per lo più costituito da boschi, vegetazione più bassa, e in un secondo piano sfumato dai vapori umidi del fiume, dal chiarore di rotonde colline. A tratti se la temperatura scioglie i vapori, spuntano qua e là tetti o addirittura facciate chiare di vecchie ville o più recenti casolari. Il paesaggio non è acquistabile e nessuno, d’altronde, potrebbe venderlo. Ciò che invece viene venduto è il niente tra noi e il paesaggio. Il contatto visivo diretto che potremmo avere con le colline azzurrine in lontananza è alterato dai fusilli, dall’autospurgo e dagli altri filtri. Non è molto diverso dal guardare un film in televisione scandito dagli spot. Il niente che non c’è più è stato trasformato in un qualcosa che non è né il niente né il paesaggio, né altro. Noi abbiamo più valore del paesaggio perché potenzialmente acquirenti di ciò che è ricordato nel niente che ci separa da esso. Se avessimo avuto la possibilità di osservare quel paesaggio non avremmo avuto lo stesso valore che invece abbiamo oggi. D’altronde l’importante non è guardare il film ma ricordarsi tra la prima e la seconda scena che c’è un profumo irresistibile, oppure un orologio che non perde un secondo. L’abitudine a considerare orologi e profumi parte del film, ci introduce all’idea di paesaggi con tortellini e autospurgo.

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Toponomastica

strade principali e secondare Klee

“Strade principali e secondarie” P. Klee

Se parliamo di piazza del mercato è chiaro che alludiamo al luogo dove normalmente vengono venduti, oppure fino a non molto tempo fa si vendevano alimenti, vestiario e simili. Da non confondersi, quindi, con i mercati finanziari nei quali si tratta il pricing, e non il prezzo al dettaglio dei prodotti locali. Questo, però, sarà un problema che prima o poi la toponomastica dovrà affrontare. Oggi per raggiungere “piazza del mercato” sappiamo quale direzione prendere, al massimo potremmo avere qualche incertezza, almeno in alcune località, circa l’esatto indirizzo e cioè se sia piazza del mercato vecchio, oppure solo piazza del mercato, ma alla fine ci arriveremo; in futuro però le nostre incertezze potrebbero aumentare: avremmo il sospetto che si tratti di piazza del mercato finanziario, o addirittura del mercato globale. D’altronde i veri mercati non sono quelli rionali, o gli altri, ortofrutticoli e delle carni, bensì quelli dei derivati e delle azioni. Per questo motivo, domani, sarà doveroso, vista l’importanza che rivestono oggi, intitolare loro una piazza, o una via.
Lo spread fino a non molto tempo fa sembrava quasi che fosse riuscito a ritagliarsi unno spazio considerevole nel futuro prossimo; ne parlavano tutti e non pochi anche con cognizione di causa. In molte circostanze era ricalcolato, soppesato, valutato prima di qualsiasi altra impresa che avesse una ragione di essere portata a termine. Anche il barbiere trovava ragionevole un taglio anziché un altro in base al disavanzo di non si sa bene quale materia. Al posto di via Giuseppe Garibaldi, sarebbe stato possibile recarsi in via dello spread, invece adesso non ne parla più nessuno e il suo periodo di notorietà sembra essere giunto alla fine, ma non è detto che possa di nuovo tornare in auge grazie pure alle oscillazioni dei mercati. È anche probabile che in futuro si debba pensare ai monumenti e alle statue commemorative, perché, come recita un aforisma di Stanislaw Jerzy Lec: “Se abbattete i monumenti, risparmiate i piedistalli. Potranno sempre servire”. Ad esempio, dopo piazza delle obbligazioni, proseguendo per corso debito pubblico fino all’incrocio con viale spending review, trovarsi davanti proprio la statua di Mazzini, non avrebbe molto senso, meglio quella dedicata al fiscal compact.

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