Questa è poesia

manoscrittoChissà se l’espressione: “Questa è poesia” sia ancora in uso. Dal momento che in rete la quantità di poesia, se non la qualità, aumenta sempre più, viene da pensare che una certa confidenza con la materia abbia facilitato a molti la capacità di notare la differenza, quantomeno, tra ciò che  possa essere definito poesia e ciò che non può neppure somigliarle. L’ultima volta che ho ascoltato questa orribile espressione, effettivamente, ancora non esisteva la “rete”, ma il luogo, un’aula universitaria, avrebbe dovuto essere refrattario all’ignoranza. Io al tempo ero certo in grado di notare la differenza tra una poesia e un “diagramma del momento flettente”, e a maggior ragione avrebbe dovuto esserlo il mio esaminatore, da luminare della scienza delle costruzioni qual era realmente. Davanti a carichi “Q” e forze “F” mi trovavo in evidente difficoltà e chiunque avrebbe capito che la mia preparazione non mi avrebbe mai permesso di risolvere il quesito sottopostomi, né graficamente, e neppure analiticamente; entrambe le soluzioni, infatti, sarebbero state di gradimento per il professore, dal momento che aveva lasciato a me la scelta del metodo per lo svolgimento dell’esercizio. All’epoca m’interessavo di poesia con una certa serietà, e la scienza delle costruzioni era per me così lontana dalla metrica italiana, che avrei certamente dovuto capirlo prima quanto il mio approccio alle sollecitazioni di carichi vari, non era così ortodosso. Dopo i ripetuti farfugliamenti e tentativi vani di mascherare la mia incapacità, il professore se ne uscì con quell’espressione, sottolineando così il niente mostrato nel tentativo di esprimere un qualcosa che, invece, avrei dovuto sapere. Alzandomi e abbandonando miseramente il ruolo di esaminato, ringraziai il mio esaminatore, alludendo, in questo modo, al fatto che aveva riconosciuto nel maldestro tentativo che avevo messo in pratica per uscire dall’impasse, un atto poetico. Certamente lui non capì la mia allusione, ma io avevo compreso bene la sua, come avevo compreso che sicuramente non conosceva la poesia. Che ne sapeva lui di un’ “ottava” o di un “sirventese”. Eppure si prese la briga di etichettare il mio nulla come poesia, perché trattandosi di un nulla era sufficiente per identificarlo con la poesia. Il difficile non fu tanto rinunciare all’esame e ricominciare daccapo per l’appello successivo, ma sorvolare sull’offesa ricevuta con quell’espressione così superficiale. Sono ancora dispiaciuto che il mio goffo tentativo di districarmi tra forze e carichi, sia stato scambiato per poesia, soprattutto da un bravo professore che la poesia però non la conosceva affatto.

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Sandy

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H. Matisse “La lettrice”

Nel messaggio diceva che l’ultimo capitolo l’aveva finito di leggere un attimo prima di scendere. Me lo aveva chiesto lei: “Un capitolo alla volta, quando salgo in autobus non mi posso portare pacchi interi di fogli”. Dopo averle inviato il primo mi aspettavo che dicesse qualcosa,  invece passato qualche giorno, con una mail mi scrisse soltanto che avrei potuto inviarle il secondo. Anche per il terzo fu così. Poi ci vedemmo: passai io dalla libreria, ci andavo spesso, ma per via dei turni non sempre c’incontravamo. Mi disse: “Mi piace, ma ti saprò dire meglio più avanti, per il momento questo personaggio un po’ mi sfugge, appena puoi mandami il quarto capitolo”. L’autobus lo prendeva al capolinea, quindi trovava sempre un posto a sedere; era comodo diceva, perché poggiava la borsa sulle ginocchia e sopra sistemava i fogli a4 che aveva stampato. Il tempo volava, il dondolio e gli scossoni delle ripartenze nel traffico, non la distraevano e neppure il brusio della gente, ed io spesso mi chiedevo come facesse a conciliare l’atmosfera calda del luglio 1969 descritta già nei primi capitoli con l’umido autunnale di quei traballanti viaggi verso il centro. M’immaginavo che il grigiore della periferia avesse soltanto un colore diverso di quella periferia dei primi capitoli; considerai persino che avrei potuto chiederle cosa ne pensasse di quest’atmosfera. Non era facile però in quei pochi minuti, nella libreria sotto i portici, parlare del mio romanzo che era ancora una bozza incerta. Il suo reparto era al piano superiore, tra i libri d’arte e, mentre parlavamo, non faceva che riordinare le pile dei grossi volumi scompigliate dalla curiosità dei visitatori, poi s’interrompeva perché qualcuno le chiedeva di un libro. Un giorno, mostrandomi un catalogo di fotografie, mi chiese di sfogliarlo e di saperle dire se notassi qualcosa di strano, io l’aprii, lo sfogliai, guardai tra le belle pagine le grandi foto per lo più in bianco e nero. Poi le dissi che a parte la bellezza delle fotografie non mi era sembrato di vedere niente. Mi disse: “Ne mancano almeno tre. Riescono a tagliarle in modo così preciso e così velocemente, che te ne accorgi solo dopo.” Fu proprio in quella circostanza che mi parlò di Daniele, scherzando. Mi disse: “Lui sarebbe stato capacissimo di fare una cosa del genere, almeno per come lo hai descritto.” Ma io le disse che non avrebbe mai fatto una cosa simile, perché non era tipo da libreria. Subito dopo però quasi mi pentii perché forse avrebbe anche potuto fare qualcosa del genere, cioè entrare in una libreria e addirittura per sbirciare tra i libri senza rovinarne neppure uno. Fu così che un po’ ne parlammo, prima di Daniele, poi di quell’io narrante al quale non volevo assomigliare anche se lei continuava a dire che chissà quante somiglianze c’erano. Più volte, ancor prima di leggere quelle bozze, aveva già parlato di quel fastidioso doloretto, e delle strane febbri che a volte le prendevano. Il romanzo uscì solo anni dopo quando ormai non c’è più neppure la libreria.

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Cinema

New York Movie, 1939 by Edward Hopper

“New-York-movie” Edward Hopper

Le facciate erano scalcinate, i neon delle insegne colorate crepitavano con intermittenti ronzii, ma avevano nomi seducenti: Apollo, Eden, Flora. Il cinema era la salvezza nei lunghi pomeriggi argentati e senza ombre delle domeniche autunnali. Il buio della sala sapeva di fumo stagnante e di segatura madida. Riuscivamo a sognare sopra sedili scricchiolanti di legno lucido e usurato, assordati dal suono distorto degli altoparlanti; il sogno era il film, ma anche il luogo stesso e i luoghi dei film: l’Arizona, le Montagne Rocciose. La maschera vestiva una livrea pacchiana, verificava i biglietti e il contegno degli spettatori illuminando con la torcia elettrica i nostri timidi baci. Andare al cinema non significava soltanto vedere un film, fumare di nascosto, carpire un bacio ad una lei fin troppo complice, o ingannare il tempo stando al caldo; era tutto questo insieme. Ora invece sembra si tratti soltanto di scegliere il film da vedere. Scelta legittima e naturalmente ovvia, ma, in apparenza almeno, asettica e pragmatica. D’altronde avere la possibilità di vedere più film, del tipo che preferiamo, quando vogliamo e dove ci pare, è oggi normale, semplice, quasi inevitabile; banale.  Tra gli effetti poi di quest’assedio incessante di film, evidente è l’illusione di esserci trasformati in severi cinefili. Disquisiamo sull’operato di registi, attori, scenografi; senza risparmiare, se proprio non c’è andata giù, sceneggiatori, direttori della fotografia, montatori e costumisti.   Allora, ancora torna a mente la lontana periferia, dove in quell’angolo, tutto sommato meno sgangherato di quel che poteva sembrare allora, si poteva davvero sognare. Oggi naturalmente quella periferia, ma anche quei sogni, non esistono più. La città estendendo nuove propaggini, ha originato sempre più lontano da sé, nuove periferie; qui tra società import-export, svincoli autostradali e centri commerciali, enormi contenitori così detti multisala, accolgono dieci o più film simultaneamente. Saranno forse gli angoli delle nuove periferie, dove ancora si potrà sognare, e che domani si trasformeranno nel ricordo invaso dalla stessa intensa nostalgia per l’universo di simboli ancora una volta dispersi. Quello che è accaduto, è ben descritto nelle ultime scene del capolavoro di Tornatore, “Nuovo cinema Paradiso”. Infatti molti di quei cinema di quartiere, parrocchiali o rionali, hanno subito quella fine. Altri, invece, sono stati resi accoglienti in ossequio alle nuove strategie di mercato e a più moderni parametri di confort: aria condizionata, insonorizzazioni, pavimento a cucchiaio e poltroncine imbottite . Molti si sono trasformati in locali così detti d’essai, oppure al vecchio nome si è aggiunta la vaga indicazione di atelier. Sono però gli stessi in cui un tempo, la signora che abitava di fronte, prima di fare i piatti scendeva, in ciabatte e con il grembiale ancora in vita, per fumarsi una sigaretta. Non pagava una lira, sostava dieci minuti e dopo tornava in casa. I senza fissa dimora dell’epoca, che erano soltanto poveracci (cioè senza niente, almeno di fisso, come oggi del resto) pagavano il biglietto alle tre del pomeriggio, dormivano fino alla fine dell’ultimo spettacolo, cioè quando la maschera li allontanava; allora si facevano la città in lungo e in largo tutta la notte. Quello stupore, come sentimento di vivo interesse per ciò che non si sa, forse quello che preludeva al sogno, sembra ceda il posto al puro divertimento; impegnato o gratuito, ma pur sempre subalterno al principio secondo cui i ruoli debbano essere sempre rispettati. Lo spettatore usufruisce di un servizio stipulando un contratto temporaneo con un erogatore di servizi, per il proprio divertimento; si mette a disposizione un luogo entro il quale entrambi onoreremo il contratto stipulato. Sia chi usufruisce del servizio come chi lo fornisce sarà soddisfatto o insoddisfatto, forse almeno lo spettatore momentaneamente emozionato o anche stupito, ma asetticamente distaccato. Tuttavia per il fatto che, indubbiamente esistono, come sempre sono esistiti, grandi film, viene fatto di pensare che vi sia una sorta di feeling tra chi il film lo guarda e chi lo ha realizzato; quasi si trattasse di muta collaborazione, e questo a prescindere da ogni valore critico. Quando ciò si realizza, pare che proprio una sorta di intimi interessi, siano condivisi e non soltanto da consumatori o spettatori da una parte, e da attori e registi da un’altra.

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Buon appetito Firenze

Caffè Michelangiolo A Cecioni

“Caffè Michelangiolo” A. Cecioni

A Firenze, località dell’Italia centrale, nota nel mondo per i suoi ristoranti, minimarket, fast food, take away, self service, mense, trattorie, e per questo patrimonio dell’Unesco, è in corso una polemica circa la realizzazione o meno di un luogo di ristorazione in piazza Duomo. C’è da dire che la lotta ai centri di ristorazione a Firenze viene da lontano: un tempo proprio vicino al Duomo c’era il caffè Michelangiolo, e lì s’incontravano alcuni pittori, come ad esempio, Telemaco Signorini, Giovanni Fattori, Adriano Cecioni, Silvestro Lega. Non davano noia a nessuno e alla fine pagavano anche il conto, bevevano, discutevano di arte, fumacchiavano, certo mica se ne andavano per chiese o gallerie e il brand del movimento non era molto apprezzato all’epoca, ma c’era proprio bisogno di chiudere il caffè? Una sorte simile toccò molto tempo dopo, ad un altro bar, il caffè Doney dove intellettuali locali come ad esempio Piero Bigongiari, Oreste Macrì, ma anche stranieri: Théophile Gautier o Herman Melville, facevano colazione. Niente da fare, ha resistito fino all’86 ma poi è stato chiuso. Pericolo scampato invece per il bar pasticceria il Bottegone, che si affacciava su piazza Duomo, l’originale scomparso nel 1962, ma subito rimpiazzata e oggi è un bel self-service. Un caso particolare ma risolto nel migliore dei modi è stato quello che ha visto finalmente la chiusura del negozio di Belle arti “Leoncini”, situato proprio di fronte all’Accademia di Belle Arti e a pochi metri dalla galleria dell’Accademia. Francamente di un negozio del genere di fronte ad un’accademia dove si insegna a dipingere e scolpire, e vicino ad un museo con sculture di Michelangelo, non se ne vede davvero l’utilità. Alla fine però, benché con notevole ritardo, il problema è stato affrontato e risolto: oggi infatti al posto dell’inutile negozio sorge un grazioso minimarket. Discorso a parte è quello sulle librerie; la lotta qui è stata durissima, e ancora non è finita, anche se in almeno due casi si possono notare buoni risultati: uno è sicuramente quello ottenuto contro la libreria del teatro al posto della quale oggi c’è un’ottima gelateria per la gioia dei turisti che si accingono a passare il Ponte Vecchio. L’altra libreria chiusa (ma questa relativamente da poco tempo purtroppo) è quella del Porcellino, oggi anche qui proprio davanti all’omonima loggia, si può gustare un buon gelato. Il caso invece della libreria Edison è particolare, in quanto è stata chiusa , ma ahimè riaperta con un altro nome. Tuttavia, ciò che fa ben sperare per il futuro è che il ristorante nascosto tra i libri al piano terra, possa pian piano allargarsi e raggiungere anche il piano superiore, e sostituire gli “Ossi di seppia” con la ribollita. La cosa è riuscita meglio con altre librerie come la Seeber, Le Monnier, la Marzocco; ma la lotta è dura, difficile, per una che chiude c’è sempre il pericolo che ne riapra un’altra. Si sa, i fiorentini sono polemici, devono discutere sempre su tutto fin dai Guelfi e Ghibellini, bianchi e neri, ma poi alla fine trovano sempre la soluzione e, a questo proposito, vi invito a leggere il link esplicativo qui sotto e, se credete, anche a firmare la petizione per realizzare finalmente anche in piazza Duomo, un luogo di ristoro degno di questo nome. Buon appetito Firenze.

Il caso

Petizione

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Buio

Magritte - l'impero delle luci

R. Magritte “L’impero delle luci”

«Se cercando una mano nel buio trovi invece un culo, pensa alla ricchezza e al mistero del buio.» Guido Ceronetti, Il silenzio del corpo, 1979

Ciò che si nascondeva nel buio era indefinibile, soprattutto perché gli adulti contribuivano a confondere con affermazioni come: “Adesso è buio, domani”, oppure: “Rincasa prima di sera. Sarebbe stato sufficiente elencare i pericoli reali e le precauzioni da prendere, che chiunque forse avrebbe accettato i consigli. Era però più semplice insinuare il sospetto del pericolo nascosto nell’oscurità, tanto che alla fine risultava il buio il vero responsabile dei divieti, non gli adulti; loro avrebbero anche assecondato tutte le legittime curiosità dei piccoli, ma purtroppo il buio si frapponeva tra il desiderio e l’esaudimento. Educare con il “no” rende odiosi e retrogradi, e per educare con il “sì” ci vuole una notevole preparazione, quindi addossare tutta la responsabilità all’oscurità facilitava il compito. Per questo ognuno ha avuto modo di costruirsi la sua paura personale, il proprio divieto, ha dovuto cercare a tentoni tutto ciò che di terribile riusciva ad immaginare. Quello che non si vedeva doveva intimorire perché se ne stava nascosto unicamente per mangiarci vivi, colpirci a morte in qualche modo. Dovessero manifestarsi tutte insieme le creature che il buio ha celato per anni invaderebbero le città. D’altronde ladri e assassini prediligono le tenebre, è ovvio, benché i più abili tra loro, non si scoraggiano neppure con il sole alto. Tolti pochi fantasmi, vaghi mostri, ombre sinistre negli androni, nelle campagne, o in strade secondarie, erano proprio ladri e assassini i pericoli reali. Ma l’addestramento fin dalla più tenera età a diffidare del buio ha confuso non poco i percorsi tortuosi per raggiungere l’età matura. Quando al culmine di tutti gli spaventi si sfiorava un’altra mano intuendo solamente il vago biancheggiare di un sorriso complice, d’improvviso la malvagità della notte spendeva i suoi ultimi spiccioli di terrore proponendo nuove sembianze; le vaghe ombre svanivano, e al pari di ladri e assassini, eravamo, confusi nell’oscurità, improvvisamente adulti tra il fuggi fuggi di fantasmi.

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Si giocava a carte perché pioveva

Vincent van Gogh pioggia

Vincent van Gogh “Pioggia”

Si giocava a carte perché pioveva, non perché ci piacesse. Da sopra il monte, dopo che il sole spariva, iniziavano ad avanzare grosse nubi di piombo che sembrava si strappassero sulle cime aguzze; ci guardavamo e a volte non era neppure necessario parlare: spuntava un mazzo di carte, oppure sapevamo che l’avremmo trovato là dove già ci stavamo incamminando silenziosamente. Qualsiasi progetto in quel momento era rimandato, ogni altro desiderio si perdeva nel buio di quelle nubi che ci venivano incontro. Ognuno di noi avrebbe fatto qualcosa da solo o al massimo con un amico, invece la pioggia costringeva tutti a stare insieme, era il temporale che ci univa, non le carte. Se non pioveva non eravamo neppure d’accordo su cosa fare e non abbiamo mai giocato a carte con il bel tempo.  Il gioco delle carte sembrava così lontano da noi che ci meravigliavamo se qualcuno, in qualche circostanza almeno, esibiva abilità insospettate. Soltanto i vecchi giocavano a carte; nei circoli, o durante le feste. Giocavano a carte come se fosse la loro unica speranza di riaffermare qualcosa che sarebbe stato impossibile affermare altrimenti. Giocavano a carte oppure mangiavano, non facevano altro. Giocando a carte, improvvisamente diventavamo vecchi. Si giocava quasi sempre sul tavolo di cucina; una cucina qualsiasi a casa di qualcuno. Erano case di campagna, spesso prese in affitto per l’estate oppure vecchie case dei nonni, e le cucine erano spesso umide, buie e sui tavoli c’erano tovaglie cerate a quadri bianchi e rossi, oppure a fiori. Le carte si stagliavano su questo sfondo anonimo come fossero adagiate su un pavimento o sopra un triste prato. Sui volti di ognuno si dipingeva una rassegnata felicità per come era andata la giornata, dalle finestre argentate si vedeva scendere un fiume d’acqua e il rumore degli scrosci entrava anche nella cucina. Appena finito il temporale, ci saremmo nuovamente dispersi fino a quando le nubi scure non fossero nuovamente comparse sopra la cima del monte.

 

 

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Una debole lingua madre

Hans Memling - La passione

Hans Memling “La passione”

L’interesse per la lingua ha avuto origine dalla sua debolezza. Era una lingua povera, priva di espressione, una lingua neutrale e incolore. Le parole, anche se a volte oscure, possedevano solo un significato quasi convenzionale. Non ne conoscevamo il senso, ma sapevamo che potevano essere utilizzate per indicare quella tal cosa, quindi cessavano di essere oscure in quell’istante tornando ad esserlo subito dopo. A volte erano parole inappropriate per designare ciò che si voleva far sapere, ma si era certi che saremmo stati compresi comunque, perché l’apparente inesattezza faceva parte, nella pratica, di una convenzione non scritta però conosciuta da tutti. La lingua era soltanto utile, al pari di un utensile qualsiasi, altrimenti se ne sarebbe potuto fare a meno. Anche il dialetto sembrava superfluo, e a meno che certi vocaboli acquistassero senso come consolidati sinonimi, era più diffusa l’invenzione involontaria di neologismi nati da parole ascoltate male o pronunciate scorrettamente; queste quando poi si solidificavano salivano al rango di precisi significati. Nessuno esprimeva un sentimento, non era necessario far conoscere il proprio stato d’animo, o essere messi al corrente di quello altrui. Ciò che apparteneva ad una pur banale emozione, rimaneva oscurato da un’espressione inaccessibile. Anche i sorrisi o le risa si legavano soltanto all’ascolto di barzellette, o alla vista degli errori o degli impacci altrui. Forse gli unici sentimenti ammissibili erano l’odio o la rabbia per qualcosa o qualcuno. In quel caso le offese, e anche queste corredate di un loro peso e valore convenzionali, erano manifestate spontaneamente. Se qualcosa andava storto e, invece, nessuno poteva essere incolpato per questo, allora l’espressione più ricorrente era la bestemmia; non si comunicava con nessuno, ma soltanto con l’ipotetico responsabile irraggiungibile in modo diverso. Ciò che veniva detto, poteva essere pronunciato da chiunque, nessuno possedeva un modo personale per comunicare, tutti utilizzavano gli stessi vocaboli, addirittura la stessa intera frase, come se a parlare fosse sempre una sola persona. Erano perlopiù notizie, si metteva al corrente gli altri di ciò che sapevamo, solo questo. Erano frasi intere, comunicazioni utilizzate dalle generazioni precedenti nelle campagne, per scambiarsi esperienze e informazioni utili per il lavoro nei campi, ogni parola, però, in quella circostanza era stata preziosa al pari di un attrezzo. Un’informazione esatta contribuiva alla buona riuscita del tutto. Il passaggio alla vita urbana, ha confinato in un limbo una lingua che lentamente si è indebolita perdendo anche senso in una semplice conversazione familiare. Di cosa sarebbe stato necessario parlare? chi raccontava sembrava parlasse di un altro mondo. È stato necessario il silenzio, fare come un vuoto intorno, per ascoltare tutte le altra voci.

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Gabriella Maleti 1942 – 2016

gabri3_nCi vedevamo di frequente, a volte anche per caso; in piazza Indipendenza non era difficile incontrarla. Sbucava da via XXVII Aprile tenendo a freno Tommy, e sembrava quasi fosse lui a trascinarla con la sua esuberanza nelle uscite. Alle riunioni di redazione era tra i critici più severi, ma anche il più ironico, allora come il suo amato Pessoa, delegava un “eteronimo”, in questo caso “verbale” a commentare la lettura di un testo in dialetto milanese, oppure con cadenza palermitana. Quando invece la sua voce si faceva ferma, serena, il commento era lucido, vivissimo, profondo e si notava spesso, allora, qualcosa che a noi forse inizialmente era sfuggito. Ci vedevamo, eppure le avevo scritto per invitarla a questo blog, perché nonostante l’amicizia trentennale l’invito doveva essere “ufficiale”. Qui di seguito il mio invito e la sua risposta: Cara Gabriella, mi piacerebbe ospitare qualcosa di tuo sul mio blog. In particolare mi piacerebbe che ti pronunciassi su questo tuo vario e ricco repertorio espressivo. Riguardando la tua biografia sembra quasi che l’attività di regista sia superiore a quella di poeta o fotografo o scrittore. Ecco pensavo a qualcosa del genere: tutti i mezzi possibili per un’ unica ricerca; voci affidate ad attori e a personaggi, scene o capitoli, oppure la poesia che, spesso, riesce a racchiudere nella combinazione precisa dei versi, altre espressioni o suggestioni. Ecco pensavo a questo, cioè che tu potessi, in un paio di pagine (o quanto vuoi) “illustrare” un percorso del genere, ma naturalmente non è vincolante, questa è solo una mia idea. Ti chiedo questo sempre nello spirito del blog, cioè oltre che una “cosa mia”, anche un luogo dove posso invitare gli amici a fare quattro chiacchiere. Non sentirti obbligata, non c’è fretta e neppure impegni da prendere. Con un abbraccio Alessandro (24 gennaio 2015 23:20). Caro Alessandro,  ti ringrazio del tuo invito, e ci rifletterò… Si tratterà di uno scritto piuttosto impegnativo, al quale cercherò di dedicarmi. A presto, e un saluto affettuoso da Gabriella  03 feb 2015 – 16:12

Riferimenti in rete:

Carte Sensibili

LaRecherche

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Le cabine telefoniche delle piazze

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“Piazzetta di Settignano” T. Signorini

Per la loro posizione strategica le cabine telefoniche nelle piazze erano le migliori, poi potevano andar bene pure quelle nelle strade secondarie, ma quelle nelle piazze erano le migliori in assoluto. Di solito due, una vicina all’altra e con ingressi opposti: lato piazza e lato strada. Per prima cosa bisognava accaparrarsi la cabina lato piazza, meno rumorosa; si trattava di raggiungerla, ficcarsi dentro e, nel caso, anche fingere di telefonare in attesa del momento fissato. L’ora della telefonata, infatti, era concordata, perché si telefonava a casa di una famiglia intera ma si desiderava parlare con una sola persona. C’era da tener presente anche il fatto che questa cabina poteva avere il telefono guasto e che quindi l’altra, nonostante la posizione meno comoda, rimaneva l’unica utilizzabile. Una volta entrati fingere di telefonare diventava pure un test: se il telefono dava segni di vita, allora eri salvo, altrimenti dovevi infilarti subito nell’altra. Per un periodo ci sono state le cabine con le porte a battente ed erano molto più riparate dai rumori e dal freddo. Poi sono venute quelle senza porte, con scomparti aperti esposte al vento, al freddo, al rumore. In queste circostanze le telefonate si fecero più scomode, in molti casi più frettolose, tutto si concentrava esclusivamente nell’ascolto, lo sguardo non vagava più oltre i vetri, ma rimaneva fisso in un punto. Dalle cabine telefoniche chiuse, durante le telefonate, lo sguardo indugiava sullo spazio urbano, sul viavai della gente e del traffico. Dal vetro sporco, con frammenti di carta attaccati, sfibrati dal tempo e dai telefonanti, si vedeva il solito scorcio; a volte capitava di rivedere la stessa persona entrare nel solito portone. Piazze secondarie, periferiche, luoghi quasi isolati, e animati solamente il giorno del mercato, luoghi quasi silenziosi dove le conversazioni si prolungavano nel tempo, oltre il necessario. Era evidente però che dopo le cabine aperte, qualcosa stava cambiando, infatti iniziarono a comparire colonnine isolate con piccole cupole dove infilare a malapena solamente la testa. Sembrava non vi fosse più bisogno di telefonare, sembrava superfluo, o una mera necessità contingente da sbrigare nel tempo necessario ad una comunicazione essenziale. Sembrò, pensandoci a posteriori, una vera controtendenza dal momento che la fase successiva è stata la comparsa del cellulare. Sarà più difficile legare una telefonata ad un luogo, ad uno scorcio, ad uno spicchio di un insieme che è stato nel tempo la scenografia essenziale delle voci, delle parole che ci hanno tenuto legati a quel filo, dentro una cabina divenuta nel tempo un punto di osservazione, di ascolto. 

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L’accento inglese di Frank

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William Turner “The Evening Star”

Frank disse che i muri a secco lungo via Cosimo il Vecchio, specialmente in quell’autunno, avvolti dalla nebbia, gli ricordavano un po’ le sue zone. Le sue zone credo fossero i dintorni di Londra. Fu una nota più alta nel flusso delle nostre conversazioni di adolescenti. C’era una certa nostalgia in quell’affermazione, e sembrò addirittura felice di aver ritrovato in un tratto di strada periferico qualcosa che gli ricordasse casa. Eppure tutti pensavamo che ormai stabilitosi qui definitivamente potesse considerare il nuovo posto come suo, trascurando, invece, il fatto che era proprio per essersi trasferito in un’altra città che aveva probabilmente nostalgia di Londra.
Fu un autunno particolare, molto umido, forse più degli altri e le stesse giornate sembrarono adeguarsi, nelle mezze luci, nella nebbia che a sera saliva dai campi incolti, a quella sensazione espressa in una frase pronunciata con quell’accento inglese che, tutto sommato, conferì maggior significato a un sentimento a noi sconosciuto.
C’incontrammo tutti nuovamente molti anni dopo, Frank sulla terrazza spazzata dal vento guardava il mare con aria assorta e sembrava che avesse ancora nostalgia di qualcosa; fu in quell’istante che mi tornò in mente l’autunno di tanti anni prima. Gli chiesi se ricordasse quel giorno, sorrise ma disse di non ricordare, però aggiunse che stava per partire e raggiungere moglie e figli già a Londra. Pensai ai quarant’anni passati da quell’autunno a quel momento, al fatto che poi questo non era mai stato il suo posto anche se ci aveva vissuto per tanto tempo. Dopo chiarì che non si trattava proprio di Londra, ma della prima periferia dove aveva aperto un agriturismo. Parlava con il solito accento inglese che forse non aveva mai voluto abbandonare.

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