Solitudini e scritture (editoriale del n° 104-105 de “L’area di Broca 2016-2017)

“Essere solitario per essere sincero e puro nell’anima. L’uomo − ente collettivo − è un essere corrotto.”
Fernando Pessoa
La solitudine è l’elemento vitale dello scrittore.”
Sándor Márai

Una visione comune e, nel suo insieme accettabile, ci sottopone due tipologie di solitudine: non desiderata, e desiderata. La prima è relativa principalmente all’abbandono, alla detenzione, alle malattie, tanto per fare qualche esempio. La seconda è cercata, scelta, come potrebbe esserlo quella dell’asceta, o più semplicemente una mera necessità di isolamento temporaneo “rigenerante”, dopo un periodo particolarmente intenso di lavoro o comunque di totale impegno; oppure quella solitudine identificata con un generico e brutto termine, cioè la solitudine del creativo. Oltre a queste sommarie classificazioni, però, sono possibili altre visioni di un esperienza così comune per l’uomo quanto forse non efficacemente esplorata. Emil Cioran, ad esempio, individua due modi di sentire la solitudine: “Sentirsi soli al mondo o avere la solitudine del mondo”(1). Nel primo caso si tratterebbe di solitudine individuale, nel secondo, invece, di solitudine cosmica. Per quanto riguarda il primo caso specifica che: “Chi si sente solo vive un dramma puramente individuale; il sentimento dell’abbandono può sopraggiungere anche in una splendida cornice naturale.” (2) Nella solitudine individuale ci troveremmo di fronte all’incapacità di adattamento in quanto “distrutti” dalle proprie “deficienze” o “esaltazioni”. La solitudine cosmica apparterrebbe invece al sentimento di un “nulla esteriore”; niente di soggettivo quindi ma, al contrario, è “…come se il mondo avesse perduto di colpo il suo splendore per raffigurare la monotonia essenziale di un cimitero.” (3)

Tra la solitudine cosmica e quella individuale, ci viene naturale porre maggiormente l’attenzione sul concetto di quest’ultima, soprattutto perché si tratta di una nozione tramandata così da una sorta di memoria collettiva e ormai radicata; talvolta persino da sensazioni che ognuno di noi può aver provato, seppure temporaneamente, su se stesso. La diffusione di una solitudine individuale, la percepiamo evidente direttamente dalla rete: se ricorriamo a internet per un’esplorazione immediata sull’argomento, ci troviamo di fronte ad una codificazione a volte semplicistica e riduttiva di un “problema”. Sembra infatti legittimata soltanto la ricerca che tiene conto della solitudine individuale, almeno secondo le tesi cioraniane accennate all’inizio. È sufficiente, infatti, digitare la voce “solitudine” su qualsiasi motore di ricerca per essere informati sulla disponibilità di più metodi per uscirne, oppure che possiamo consultare siti specialistici, o libri di accreditati psicoterapeuti, per approfondire l’argomento e iniziare un percorso di guarigione. La solitudine è trattata, il più delle volte, come sindrome di malattie più gravi o come una vera e propria patologia. Evidentemente in rete si cerca aiuto esaminando le opzioni possibili tra tante proposte, altrimenti l’offerta non sarebbe così numericamente (e forse anche qualitativamente) rilevante.

La solitudine spaventa; rimanere isolati e lontani dal prossimo, rende vulnerabili. Non fare più parte della comunità operante e comunicante, ci pone davanti allo specchio. Nella solitudine siamo abbandonati al nostro destino e saremmo disposti persino a passare sopra a qualsiasi altra condizione, pur di non avere a che fare unicamente con noi stessi. Si direbbe che la necessità di sentirsi parte integrante della folla che pure, in molte circostanze ignoriamo, contribuisca a renderci consapevoli della nostra pluralità. Questo pare contrastare però con l’idea che ci facciamo di noi stessi, specialmente nel contesto odierno: globalizzante e unificante, all’interno del quale rivendichiamo un’esclusiva presenza, la singolarità in un pluralismo piatto e poco organico alla nostra appassionante esistenza. Dunque siamo unici, fieramente solidali con il nostro Ego, ma appena questi ci concederà il privilegio di un po’ di intimità, desideriamo subito gli altri per evitare di essere sopraffatti dalla sua pochezza che, altrimenti, saremmo costretti a riconoscergli. Probabilmente non è casuale che nel “De vita solitaria” la solitudine sia trattata da Petrarca come vera disciplina. Secondo l’accezione petrarchesca la solitudine appare quasi un privilegio, mentre è certo sia una condanna che ad essa si giunga forzatamente. In virtù di questo, la solitudine cercata, suggerisce però un’idea di provvisorietà, d’interruzione momentanea di una condizione abituale e ripristinabile, al contrario di una solitudine non voluta, la cui provvisorietà è quantomeno auspicabile. Potremmo anche dire che, cercare la solitudine con intenti più o meno nobili, equivalga casomai a stabilire un rapporto privilegiato con se stessi reputandolo preferibile a quello con i propri simili. In questo caso la solitudine non fa certo paura, ma, al contrario, ciò che spaventa veramente è la presenza di chiunque.

L’atto della scrittura, ad eccezione di sperimentalismi concentrati perlopiù negli ultimi decenni, richiede indubbiamente l’allontanamento di ogni impedimento estraneo ad un percorso personale, spesso intimo, che attingerà linfa ed energia da un “laggiù” spesso indistinto, lontano e incerto, all’interno del quale scenderà solo chi è deciso a cercare e trovare ciò di cui la scrittura necessita.“… Quel che importa per il momento o anche per sempre è stare lontano dagli uomini e dal male che possono fare …” (4 ) annuncia Giuseppe Berto dal suo eremo di fronte alle coste della Sicilia. Viene da credere che probabilmente non sarebbe stato possibile giungere a certi risultati, quali sono quelli espressi ne “Il male oscuro”, in condizioni diverse da quelle che lo stesso Berto scelse, e al contempo si può immaginare che gli sarebbe stato difficile raggiungere quel “laggiù” senza il volontario isolamento. Più tardi Marguerite Duras scriverà: “Non si è soli in un parco. Invece in casa si è tanto soli da sentirsi talvolta smarriti. Ora so di esserci rimasta dieci anni per scrivere libri che mi hanno fatto sapere, a me e agli altri, che ero la scrittrice che sono.” (5) E in questo caso pare persino superfluo confermare l’importanza, o la necessità, se vogliamo, della solitudine come condizione obbligatoria alla realizzazione di un’opera: “La solitudine della scrittura è una solitudine senza la quale lo scritto non si realizza o si sbriciola esangue nel cercare cosa scrivere ancora.” (6)

Note

  1. Emil Cioran, “Al culmine della disperazione” Adelphi Milano 2003
  2. Ibidem
  3. Ibidem
  4. Giuseppe Berto, “Il male oscuro” Rizzoli Milano 1964
  5. Marguerite Duras, “Scrivere” Feltrinelli Milano 1994
  6. ibidem
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