Nasten’ka ovvero la realtà della quarta notte (“Le notti bianche” F. Dostoevskij)

Ivan Ivanovič Šiškin “Foresta di abeti”

Lui lo ammette di essere un timido: “E, per quanto io sia timido con le donne…” dice di sé quando vede Nasten’ka, piangente, la prima notte. D’altronde bisogna farsi coraggio nonostante la timidezza, ma mentre finalmente sta per portare aiuto alla ragazza, è incerto su come iniziare la conversazione, tanto che lei, capendo di essere stata sorpresa in un momento tanto delicato, “tornò padrona di sé”. D’altronde, come dice Cioran: ”La timidezza fonte inesauribile di disgrazie nella vita pratica, è la causa diretta, anzi unica, di ogni ricchezza interiore.” Vero anche in questo caso, ma il giovane è anche un solitario e un sognatore e: “Il sognatore, se occorre una definizione precisa, non è un uomo, ma, sapete, una specie di essere neutro. Si stabilisce prevalentemente in un cantuccio inaccessibile, come se volesse nascondersi perfino dalla luce del giorno, e ogni volta che si addentra nel suo cantuccio , vi aderisce come la chiocciola al guscio, e diventa simile a quell’ animale divertente chiamato tartaruga, che è nello stesso tempo un animale e una casa.” Ora se per certi versi si potrebbe dire un giovane alla moda come figura romantica, oggi sarebbe stato liquidato, ma secondo me ingiustamente, con un appellativo riduttivo e volgarmente sbrigativo, cioè: uno sfigato. Avesse avuto almeno un po’ più tempo a disposizione, forse le cose sarebbero andate diversamente, Nasten’ka aspettava da un anno, ma lui la incontra solo quella sera. Siamo però sicuri che se ne sarebbe accorto avendo più tempo a disposizione? Vive in una stanza in affitto e sogna, sogna, come tutti i sognatori, una vita diversa da quella reale, dalla quale però è attratto. Ne è attratto ma incapace di affrontarla, di viverla, preferisce sognarla, forse più che preferisce sognarla sarebbe meglio dire che non gli resta che sognarla proprio perché non riesce a viverla. Dalla vita vera ne è allo stesso momento attratto e spaventato: è un po’ il muro insormontabile dei timidi. Il sogno è accessibile, modellabile ma non è la realtà. L’impatto con la realtà è evidente la prima volta che vede la ragazza piangere. E’ un impatto reale che non sa come gestire e quasi gli sfugge di mano. Quell’impaccio da lei è colto come un segno diverso da quelli che le giungono dal mondo maschile in generale. Forse ripensando a Cioran si tratta di quella ricchezza interiore che lui possiede, con i suoi ostacoli, la sua sensibilità; è da questa naturale sconclusionatezza del sognatore e della capacità di coglierne le sfumature più alte da parte di lei, che nasce nel giro di quattro notti un grande equivoco. Alla fine però ne farà le spese solo lui: “Ma mio Dio come ho potuto crederlo? Come ho potuto essere così cieco dal momento che tutto è già preso da un altro, dal momento che nulla è mio. Dal momento, infine, che questa sua stessa tenerezza, la sua sollecitudine, il suo amore…Sì, il suo amore per me altro non era che gioia per il prossimo incontro con l’altro e desiderio di imporre anche a me la sua felicità?” Di fatto però sembrava che anche Nasten’ka, prima della quarta notte, delusa per l’attesa dell’uomo che aspetta da un anno, ricambiasse l’amore del sognatore, ma a differenza di lui lei non era una sognatrice. Quindi l’impatto con la realtà per lui che sogna è la conferma amara di una sconfitta e il sogno il ritorno a quella vita non vita dalla quale aveva creduto di potersi liberare. Per lei l’impatto con la realtà è invece la conferma di un amore voluto, atteso e infine ritrovato.

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