Un duplice punto di vista, incontro con Graziano Dei

immagineAvevo chiesto a Graziano Dei di parlare della parola nel teatro e nella pubblicità, almeno dal suo duplice punto di vista di attore e di grafico pubblicitario .Da una parte. quindi. il teatro, cioè la parola che segue un copione, e che rimane nello schema della rappresentazione, anche se avrà il suo tono, la sua incisività. L’altra è uno slogan,  o una singola parola incastrata nel mezzo di un altro linguaggio,  quello multimediale.  Alla fine siamo giunti ad una serie di domande scaturita da un confronto sull’argomento; domande alle quali Graziano Dei ha risposto tenendo fede fino all’ultimo al tema iniziale. Qui di seguito sono quindi riportate in grassetto le domande e subito dopo le risposte.

La comunicazione pubblicitaria ormai è quasi interamente affidato al linguaggio multimediale, la parola quindi si sarà ritagliata un ruolo diverso rispetto a quello che aveva precedentemente. Come viene utilizzata attualmente?

L’ambiente in cui viviamo, e in cui operiamo quotidianamente, ci obbliga e allo stesso tempo ci stimola a trovare registri di comunicazione molto diversificati, direi elastici, per il semplice fatto che comunicare, interagire con i nostri simili, è ormai l’umus in cui siamo immersi, la nostra sostanza vitale. I mezzi con i quali questo nostro bisogno, diventato ormai “primario” si esplicita sono molti. Inutile dire che la Rete, o forse sarebbe meglio dire “le reti” offrono spunti e possibilità di sperimentazione notevoli, amplificano le possibilità di interazione con gli altri, e permettono a ognuno di ritagliarsi uno spazio, una identità facilmente rintracciabile. Questo ha portato a una personalizzazione molto forte del messaggio, che può essere ritagliato in maniera molto precisa sulle nostre caratteristiche. I tempi di fruizione e interazione con il messaggio, devono essere molto veloci, e il ruolo dell’immagine acquista sempre più importanza perché deve essere in grado di “tenere” un pubblico pronto in ogni istante con un “click” a girare pagina e passare ad altro.

La parola, in questo insieme di segnali e di stimoli sensoriali, ha subito secondo me la sua “naturale” evoluzione, l’unica possibile: si è adattata ai nuovi mezzi, ha trovato forme espressive più immediate e sintetiche, ma direi anche globalizzate, o globalizzanti, pensa all’uso totalmente disinvolto dell’inglese, come se tutti fossimo anglofoni, o del farncese quando si parla di moda, profumi ecc.   Dobbiamo dire comunque che nel messaggio pubblicitario, la parola ha un ruolo importante, ma in ogni caso, si tratta di una parola che ha una funzione molto precisa, è una parola strutturata per raggiungere precisi scopi, “tarata” per colpire con precisione cristallina. Il gruppo sociale da “informare” viene chiamato, non a caso “Target” (bersaglio). Il linguaggio pubblicitario inoltre, deve usare elementi ben conosciuti e rassicuranti, circoscritti in ambiti che la nostra psiche conosce bene, in modo che chi riceve il messaggio sia pienamente disponibile ad assimilarlo, accettarlo e a convincersi della sua buona fede, bontà, e utilità. Non solo, ma anche se il messaggio si presenta come destinato in maniera univoca a chi ascolta, in realtà quell’unico soggetto dovrà sentirsi un po’ più uguale agli altri, (intesi come coloro che fanno parte del suo gruppo – target), ne consegue che il linguaggio deve plasmarsi su canoni ben precisi  e a cui il gruppo si riconosca fedelmente.

Anche sul palcoscenico, di fatto, la parola (che comunque ha un’importanza maggiore) ha un suo modo di rappresentarsi, dovuto a quanto la sceneggiatura richieda. Che tipo di analogia si può trovare tra i due aspetti?

Il linguaggio di per sé rappresenta un mezzo, un “filtro” che usiamo per permettere alle nostre idee, alle nostre emozioni, di raggiungere gli altri.  Nella pubblicità vediamo come questo filtro viene plasmato e strutturato secondo canoni precisi e circoscritti. In teatro siamo di fronte a un linguaggio narrativo, poetico, in cui l’elemento narrato vive una sua realtà, simbolica o veritiera, completamente indifferente alla condizione di chi ascolta. Inoltre, lo spettatore che si trova seduto davanti a un palcoscenico ha davanti a sé un elemento molto importante che si fa portatore della parola: ha davanti un attore, un interprete.

La parola che in teatro ha una valenza poetica, usa anche qui canoni emozionali, ma soggetti ad una variabile: il tramite dell’attore, che in questo caso diventa “transfer” e leggendo un testo o interpretando un personaggio comunica allo spettatore qualcosa di inaspettato, e può, inaspettatamente avvicinare chi ascolta a una verità questa volta “nuda” personale perché non canonizzata. Il gesto, la parola interpretata, questa volta si fa esperienza unica

Una parola deve essere convincente, deve portare ad un risultato più prettamente concreto monetizzabile, mentre in un altro caso dovrà portare ad una comprensione diciamo più prettamente narrativo-evocativa, che mi dici in proposito?

Certo, in ambito pubblicitario la comunicazione deve per forza portare a risultati tangibili, anche se non necessariamente monetizzabili, (pensiamo anche ai vari tipi di comunicazione sociale che possono avere uno scopo puramente educativo), ma in ogni caso la tipologia del linguaggio non cambia. In un ambito di rappresentazione teatrale invece, il rapporto con il pubblico e il “transfer” attore porta a cercare un contatto con l’oggetto della narrazione di tipo personale, lo spettatore si trova di fronte a suggestioni che richiedono un’attività interpretativa e un ascolto attivo, direi creativo. Il linguaggio nella pubblicità è un contenitore di canoni ben precisi, che solo apparentemente stimola la mia immaginazione, nel teatro, come nella letteratura, la parola diventa creatrice, mi spinge in un territorio dove devo immaginare, sentire e quindi, elaborare.

In teatro la parola resta circoscritta ad un luogo fisico determinato, mentre nella comunicazione pubblicitaria c’è anche l’esigenza di uscire da uno spazio circoscritto al messaggio, è esatto?

Il contesto fisico del teatro rappresenta, certo una sorta di “luogo sacro” in cui chi entra si pone già nell’attesa di un’ evento e in uno stato d’animo pronto a ricevere. D’altra parte, il messaggio pubblicitario, arriva in maniera improvvisa, taglia, interrompe e arriva là dove io non me lo aspetto, è sempre in qualche modo un messaggio indesiderato. Ma credo che questo sia un aspetto piuttosto marginale della differenza dei due ambiti. La comunicazione pubblicitaria può trovare spazio in tutti i settori della nostra vita quotidiana, dalla strada alla tv alla rete, nei giornali e in tutto quello che consumiamo. Ma anche la parola poetica, attraverso la rappresentazione può trovare forma in molti ambiti, pensiamo al cinema, all’uso del video oppure alle varie forme di rappresentazione che si sono aggiunte al teatro, dalla Performance, fino al Flash-mob.

Insomma il teatro non si fa solo sui palcoscenici, si fa per strada, si fa alla televisione, si postano video su Youtube. Direi che se è vero che il pubblico “va” a teatro e quindi cerca il teatro, può anche essere vero il contrario: il teatro può cercare il pubblico, o comunque la “rappresentazione” può cercare il pubblico.

Anche il pubblico è diverso, mentre nella rappresentazione teatrale il pubblico è lì perché si aspetta di vedere e ascoltare un messaggio al quale è interessato, nella pubblicità ci sarà, per così dire, l’effetto sorpresa, il pubblico, in qualche modo va cercato, attratto.

Certo, il pubblico è decisamente diverso. Ma anche qui le differenze non sono così nette. Dobbiamo riconoscere che ci sono alcuni aspetti molto simili nella comunicazione, ad esempio  in ambedue i casi c’è un pubblico che ascolta e al quale dobbiamo chiedere necessariamente attenzione. Un messaggio pubblicitario deve “tenere” il pubblico, ma anche in teatro il pubblico si può annoiare. Se la nostra interpretazione non è efficace il contatto con il pubblico sarà perso, anche qui lo scopo della comunicazione è il fruire del messaggio e questo comporta che l’attenzione del fruitore va tenuta, anche se questo, data la circostanza può richiedere un minore impegno. Esiste quindi un livello superficiale in cui il contatto tra spettatore/ascoltatore e attore, avviene attraverso codici simili, direi universali, pensa ad esempio all’incipit di un romanzo, allo stesso modo, in qualsiasi rappresentazione è importante creare un’aspettativa, coinvolgere il pubblico con segnali che facciano pensare a qualcosa che c’è al di là, che facciano intravedere verità nascoste. Credo però che le similitudini si fermino qui. A questo punto nella rappresentazione teatrale entra in scena l’elemento possiamo dire, destabilizzante, che può essere l’interprete, la regia, o soluzioni sceniche particolari, ma che in ogni caso mettendo in contatto due sensibilità, quella dello spettatore e quella del regista/attore, innesca una reazione che sarà mia, unica e imprevedibile.

Nel messaggio pubblicitario questo non è ammesso, il messaggio in questo caso dovrà portare il maggior numero di persone possibile ad un unico risultato, quello previsto dal committente, e dovrà portarci il maggior numero di persone possibili, questo prevede codici linguistici, psicologici e interpretativi, molto precisi a cui, diciamo, il nostro inconscio aderisca senza troppi sforzi.

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