Sandy

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H. Matisse “La lettrice”

Nel messaggio diceva che l’ultimo capitolo l’aveva finito di leggere un attimo prima di scendere. Me lo aveva chiesto lei: “Un capitolo alla volta, quando salgo in autobus non mi posso portare pacchi interi di fogli”. Dopo averle inviato il primo mi aspettavo che dicesse qualcosa,  invece passato qualche giorno, con una mail mi scrisse soltanto che avrei potuto inviarle il secondo. Anche per il terzo fu così. Poi ci vedemmo: passai io dalla libreria, ci andavo spesso, ma per via dei turni non sempre c’incontravamo. Mi disse: “Mi piace, ma ti saprò dire meglio più avanti, per il momento questo personaggio un po’ mi sfugge, appena puoi mandami il quarto capitolo”. L’autobus lo prendeva al capolinea, quindi trovava sempre un posto a sedere; era comodo diceva, perché poggiava la borsa sulle ginocchia e sopra sistemava i fogli a4 che aveva stampato. Il tempo volava, il dondolio e gli scossoni delle ripartenze nel traffico, non la distraevano e neppure il brusio della gente, ed io spesso mi chiedevo come facesse a conciliare l’atmosfera calda del luglio 1969 descritta già nei primi capitoli con l’umido autunnale di quei traballanti viaggi verso il centro. M’immaginavo che il grigiore della periferia avesse soltanto un colore diverso di quella periferia dei primi capitoli; considerai persino che avrei potuto chiederle cosa ne pensasse di quest’atmosfera. Non era facile però in quei pochi minuti, nella libreria sotto i portici, parlare del mio romanzo che era ancora una bozza incerta. Il suo reparto era al piano superiore, tra i libri d’arte e, mentre parlavamo, non faceva che riordinare le pile dei grossi volumi scompigliate dalla curiosità dei visitatori, poi s’interrompeva perché qualcuno le chiedeva di un libro. Un giorno, mostrandomi un catalogo di fotografie, mi chiese di sfogliarlo e di saperle dire se notassi qualcosa di strano, io l’aprii, lo sfogliai, guardai tra le belle pagine le grandi foto per lo più in bianco e nero. Poi le dissi che a parte la bellezza delle fotografie non mi era sembrato di vedere niente. Mi disse: “Ne mancano almeno tre. Riescono a tagliarle in modo così preciso e così velocemente, che te ne accorgi solo dopo.” Fu proprio in quella circostanza che mi parlò di Daniele, scherzando. Mi disse: “Lui sarebbe stato capacissimo di fare una cosa del genere, almeno per come lo hai descritto.” Ma io le disse che non avrebbe mai fatto una cosa simile, perché non era tipo da libreria. Subito dopo però quasi mi pentii perché forse avrebbe anche potuto fare qualcosa del genere, cioè entrare in una libreria e addirittura per sbirciare tra i libri senza rovinarne neppure uno. Fu così che un po’ ne parlammo, prima di Daniele, poi di quell’io narrante al quale non volevo assomigliare anche se lei continuava a dire che chissà quante somiglianze c’erano. Più volte, ancor prima di leggere quelle bozze, aveva già parlato di quel fastidioso doloretto, e delle strane febbri che a volte le prendevano. Il romanzo uscì solo anni dopo quando ormai non c’è più neppure la libreria.

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Una risposta a Sandy

  1. Enrico Carretti ha detto:

    Si, Alessandro, mi piace.
    Enrico

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