Cinema

New York Movie, 1939 by Edward Hopper

“New-York-movie” Edward Hopper

Le facciate erano scalcinate, i neon delle insegne colorate crepitavano con intermittenti ronzii, ma avevano nomi seducenti: Apollo, Eden, Flora. Il cinema era la salvezza nei lunghi pomeriggi argentati e senza ombre delle domeniche autunnali. Il buio della sala sapeva di fumo stagnante e di segatura madida. Riuscivamo a sognare sopra sedili scricchiolanti di legno lucido e usurato, assordati dal suono distorto degli altoparlanti; il sogno era il film, ma anche il luogo stesso e i luoghi dei film: l’Arizona, le Montagne Rocciose. La maschera vestiva una livrea pacchiana, verificava i biglietti e il contegno degli spettatori illuminando con la torcia elettrica i nostri timidi baci. Andare al cinema non significava soltanto vedere un film, fumare di nascosto, carpire un bacio ad una lei fin troppo complice, o ingannare il tempo stando al caldo; era tutto questo insieme. Ora invece sembra si tratti soltanto di scegliere il film da vedere. Scelta legittima e naturalmente ovvia, ma, in apparenza almeno, asettica e pragmatica. D’altronde avere la possibilità di vedere più film, del tipo che preferiamo, quando vogliamo e dove ci pare, è oggi normale, semplice, quasi inevitabile; banale.  Tra gli effetti poi di quest’assedio incessante di film, evidente è l’illusione di esserci trasformati in severi cinefili. Disquisiamo sull’operato di registi, attori, scenografi; senza risparmiare, se proprio non c’è andata giù, sceneggiatori, direttori della fotografia, montatori e costumisti.   Allora, ancora torna a mente la lontana periferia, dove in quell’angolo, tutto sommato meno sgangherato di quel che poteva sembrare allora, si poteva davvero sognare. Oggi naturalmente quella periferia, ma anche quei sogni, non esistono più. La città estendendo nuove propaggini, ha originato sempre più lontano da sé, nuove periferie; qui tra società import-export, svincoli autostradali e centri commerciali, enormi contenitori così detti multisala, accolgono dieci o più film simultaneamente. Saranno forse gli angoli delle nuove periferie, dove ancora si potrà sognare, e che domani si trasformeranno nel ricordo invaso dalla stessa intensa nostalgia per l’universo di simboli ancora una volta dispersi. Quello che è accaduto, è ben descritto nelle ultime scene del capolavoro di Tornatore, “Nuovo cinema Paradiso”. Infatti molti di quei cinema di quartiere, parrocchiali o rionali, hanno subito quella fine. Altri, invece, sono stati resi accoglienti in ossequio alle nuove strategie di mercato e a più moderni parametri di confort: aria condizionata, insonorizzazioni, pavimento a cucchiaio e poltroncine imbottite . Molti si sono trasformati in locali così detti d’essai, oppure al vecchio nome si è aggiunta la vaga indicazione di atelier. Sono però gli stessi in cui un tempo, la signora che abitava di fronte, prima di fare i piatti scendeva, in ciabatte e con il grembiale ancora in vita, per fumarsi una sigaretta. Non pagava una lira, sostava dieci minuti e dopo tornava in casa. I senza fissa dimora dell’epoca, che erano soltanto poveracci (cioè senza niente, almeno di fisso, come oggi del resto) pagavano il biglietto alle tre del pomeriggio, dormivano fino alla fine dell’ultimo spettacolo, cioè quando la maschera li allontanava; allora si facevano la città in lungo e in largo tutta la notte. Quello stupore, come sentimento di vivo interesse per ciò che non si sa, forse quello che preludeva al sogno, sembra ceda il posto al puro divertimento; impegnato o gratuito, ma pur sempre subalterno al principio secondo cui i ruoli debbano essere sempre rispettati. Lo spettatore usufruisce di un servizio stipulando un contratto temporaneo con un erogatore di servizi, per il proprio divertimento; si mette a disposizione un luogo entro il quale entrambi onoreremo il contratto stipulato. Sia chi usufruisce del servizio come chi lo fornisce sarà soddisfatto o insoddisfatto, forse almeno lo spettatore momentaneamente emozionato o anche stupito, ma asetticamente distaccato. Tuttavia per il fatto che, indubbiamente esistono, come sempre sono esistiti, grandi film, viene fatto di pensare che vi sia una sorta di feeling tra chi il film lo guarda e chi lo ha realizzato; quasi si trattasse di muta collaborazione, e questo a prescindere da ogni valore critico. Quando ciò si realizza, pare che proprio una sorta di intimi interessi, siano condivisi e non soltanto da consumatori o spettatori da una parte, e da attori e registi da un’altra.

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