La pena uguale

Paul Cézanne - La casa del dottor Gachet a Auvers

Paul Cézanne “La casa del dottor Gachet a Auvers ”

Troviamo maggiori difficoltà ad attuare ciò che vorremmo rispetto a ciò che ci viene chiesto. Meno impegnativo esaudire gli altri.

Non è l’avvenimento che ha un senso; è il giudizio che se ne dà. La differenza è quasi esclusivamente l’aspetto narrativo; cioè il modo in cui raccontiamo l’avvenimento ne determina il valore.

La tolleranza e l’intolleranza guardano al sopportabile e all’inammissibile con lo stesso atteggiamento. Il tollerante e l’intollerante si credono entrambi “fondamentali” rispetto a chi scusano oppure odiano apertamente. Avvertono, in modi opposti, la distanza che li separa da chi considerano diverso da loro.
Per rendersi ammissibile l’altro, così come per non giustificarlo, si pongono in una posizione di legittimità con procura per il giudizio. Le loro qualità permettono soltanto di reputarlo non uguale, tanto che non mutano le abitudini nonostante la sua presenza, oppure a costo di sopprimerlo, si propongono di farne a meno.
L’intollerante e il tollerante, sono certi di rappresentare la soluzione per il solo fatto di provare reazioni distinte davanti al non allineato. Ciò nonostante sono talmente vicini nel principio ispiratore, che dovrebbero sentirsi uguali senza imbarazzo.
D’altronde il tollerante ha i mezzi per accettare l’intollerante, così come questi continua a non approvare chiunque tolleri. Per questo continuano a proclamarsi diversi l’uno dall’altro.

Pettegolezzi sulla sfortuna

Sarà sufficiente avvertire il rischio di essere chiamati in causa, intuire la presenza di una colpa o solo di una mancanza, per dirottare sulla sfortuna ogni disonore. Fino a quando riusciremo a gravarla del peso di tutte le nostre responsabilità, a giudicarla colpevole di ciò che non riusciamo a ottenere, ci metteremo in salvo; riusciremo, grazie ad essa, a condonarci, e non avremo mai alcun debito con la coscienza.
Non riusciremo a spiegare niente con la sfortuna, però si renderà sempre necessaria ogni volta che tutte le altre spiegazioni saranno inutili.

Una volta vi erano nomi definiti: neve, freddo, vento, pioggia. Oggi diciamo maltempo.
Vengono riassunte, al negativo, manifestazioni del tutto naturali esprimendo un giudizio di merito, e non una constatazione conseguente alle condizioni atmosferiche.
L’accezione “maltempo” suggerisce il rapporto esclusivo tra l’uomo e la natura, trascurando il rapporto inverso.
L’accanimento è quello che la natura, come sempre, ha riservato all’uomo; la sintesi della malvagità della natura, quando non tiene conto della nostra presenza.

Tutti coloro che non si conoscono, i nostri contemporanei che non incontreremo mai. Il non poter comunicare con loro. O quelli che nasceranno solo dopo. Chi non esiste già più. Chi non ci sarà mai.

A volte, d’improvviso, quella pena oscura: il non essere riusciti. Il non aver neppure tentato.
Non aver saputo prima cosa poteva essere, e dopo trovarsi qui, consapevoli che così non era previsto e non potrà mai più essere come mai non è stato.

Ripercorrere, di quando in quando, la strada a ritroso. Rivedersi, sentire ancora quei suoni, le voci, rivisitare i luoghi e incontrare le persone che ci furono care. Di quando in quando, poi tornare.

Se in ogni momento non ribadisci chi sei, finisce che ti prendono per uno di loro.

L’ansia guarda sempre al futuro.

O si è se stessi fino in fondo, o si è qualcun altro.

Apologia dell’illusione

Quando si hanno illusioni si può aspirare alla certezza di non subire l’offesa dell’immaginabile. Ci svincoliamo dal previsto. Andiamo oltre il già dimostrato.
Tutto ciò che appare come normalizzato e regolato, è privo di quella forza che sprigiona l’illusione.
Appena non ci facciamo trovare all’appuntamento con il conformismo, si può finalmente convergere sull’illusione per spingerci fuori da un sistema che ha già previsto la nostra presenza, il nostro divenire e la nostra fine. Se possiamo confidare nella fuga da questo dispositivo, saremo stanziali nel sogno, acquistando la sicurezza di vivere oltre ciò che si sa.

L’oggetto della domanda è l’obiettivo della ricerca. L’esclamativo dell’interrogazione.

Molto spesso il disorientamento per ciò che accade, ha origine dal non aver osservato la realtà, bensì ciò che ci piacerebbe la realtà fosse.

La pena uguale

Mentre si cerca una via di fuga, un’occasione che ci porti lontano da dove non vorremmo essere, ci accorgiamo che il movimento intorno a noi non ci prevede. Cerchiamo lo spazio necessario per uscirne, ma sono operazioni solitarie e ci costringono, dopo circonferenze perfette, a tornare nel solito punto.
È questo affidare la propria sorte unicamente all’iniziativa privata, che ci conferma responsabili degli insuccessi e ci distanzia da tutto.
La collettività ha raggiunto il suo punto più alto di astrazione, confinando ognuno nel proprio spazio.
Ci pare che ci sia toccato in sorte un destino personale con il quale siamo in grado di fissare le differenze.
Il simile è un sosia estraneo che ci somiglia e ci respinge.
Si è gelosi persino dei nostri mali, fino al punto di disconoscere all’altro, una pena uguale.

Frammenti tratti dal mio libro “La pena uguale” Edizioni Gazebo Firenze maggio 2009
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