Ĉu artefarita lingvo estas paradokso? (Una lingua inventata è un paradosso?) Incontro con Massimo Acciai

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Massimo Acciai

Ho chiesto a Massimo Acciai di esprimersi circa i linguaggi inventati, anche a partire, ad esempio, da quelle lingue vere e proprie, come l’Esperanto; per così dire “ufficializzate” e comunque riconosciute come tali. L’esprimersi, insomma, per mezzo di “codici” sembra un controsenso di per sé, dal momento che si scrive anche per l’esigenza o la volontà di comunicare. Qui di seguito la sua ampia riflessione sul tema.

Scopo di una lingua, ovvio, è veicolare un messaggio ovvero comunicare. La parola non è ovviamente l’unico mezzo, anzi le teorie della comunicazione ci dicono che l’espressione verbale ha un peso decisamente inferiore rispetto alla cosiddetta comunicazione paraverbale e non verbale (i gesti, il tono della voce, il contesto linguistico) eppure una lingua straniera non compresa dal destinatario del messaggio rappresenta una grossa barriera alla comunicazione: è in grado di mettere a disagio chi ascolta, soprattutto se dal successo della comunicazione dipende la soluzione di un problema urgente. La grande differenziazione delle lingue mondiali è vista ora come ricchezza e bellezza, ora come una “maledizione” (la “maledizione di Babele”). Esiste una via d’uscita a queste affermazioni apparentemente inconciliabili: si chiama Esperanto ed è usato da diverse migliaia o milioni di persone nel mondo(1). L’Esperanto nasce come uno strumento a disposizione di chi vuol comunicare con persone che parlano un’altra lingua madre, su un piano di neutralità: ovviamente anche l’altra persona deve conoscere l’Esperanto. Uno dei punti molto fraintesi della lingua internazionale creata da Zamenhof è proprio questo: essa non mira a sostituirsi alle lingue nazionali (come vanno ripetendo malignamente i suoi detrattori) ma al contrario a preservare la grande varietà linguistica esistente oggi in un mondo in cui ogni anno scompaiono decine di lingue minoritarie (e con esse la relativa cultura). L’Esperanto non mira ad appiattire il panorama linguistico (come sembrerebbero voler invece fare gli anglofoni) ma si pone come una seconda lingua da usarsi solo in determinati casi. Per questo ritengo l’Esperanto la risposta più razionale e più etica al problema attuale della comunicazione globale. L’Esperanto nasce per farsi capire dal maggior numero di persone possibili.
Può esistere tuttavia anche uno scopo opposto nel creare una lingua. Ci sono lingue la cui finalità è di non farsi comprendere, o farsi comprendere solo in un ambito ristretto di pochi iniziati. Sono i codici, i gerghi. Possiamo citare come esempio il lunfardo argentino e il verlan francese, basati sull’inversione sillabica delle parole: si tratta di lingue segrete, usate la prima dai prigionieri nelle carceri di Buenos Aires e la seconda dai giovani negli anni ’80 del XX secolo come gioco e segno di appartenenza ad una generazione. In campo letterario possiamo citare il nadsat-talk, il gergo dei giovani teppisti di Arancia Meccanica, il romanzo di Antony Burgess del 1962: un misto di inglese popolare e vocaboli slavi che però viene compreso abbastanza bene dal lettore, sulla base del contesto, senza bisogno di una traduzione. In questi casi la finalità comunicativa è apparentemente sovvertita, ma solo a beneficio di un piccolo gruppo.
Ci sono casi limite in cui la lingua è compresa da una sola persona, e qui il paradosso è ancora più evidente. Mi torna alla mente un celebre racconto di Tommaso Landolfi, “Il dialogo sui massimi sistemi” (del 1937), in cui il protagonista e voce narrante, un giovane poeta, sostiene che le poesie migliori si scrivono in lingue poco note. Il ragionamento è il seguente: iniziando a studiare una lingua nuova si è costretti a sopperire alla limitatezza del vocabolario appreso con perifrasi che, nel caso di un poeta, possono rivelarsi persino geniali. Decide così di prendere lezioni di persiano da un tizio che si scopre poi aver inventato lì per lì una lingua spacciandola per persiano e di averla in seguito dimenticata. L’anonimo poeta si trova così ad aver scritto alcune poesie in una lingua che conosce solo lui(2). La cosa inizia ad ossessionarlo in quanto solleva un grave problema di critica letteraria: come si può valutare una poesia in tale lingua? Una traduzione non le renderebbe giustizia, così il problema resta insoluto.
In questo caso però il fatto che le poesie siano scritte in una lingua incomprensibile è del tutto accidentale. Esistono tuttavia persone che volutamente scrivono o parlano in lingue create da loro e non tradotte. Dobbiamo distinguere i casi di lingue letterarie o misteriose dai casi patologici di glossolalia, associata talvolta alla schizofrenia(3). C’è spesso una finalità mistica, sacra, nel parlare in una lingua misteriosa e sconosciuta: fa parte di molti riti. Si pensi a tal proposito che fino a tempi relativamente recenti nella storia della chiesa cattolica la messa era celebrata in latino (con rito tridentino) e non era compresa dalla maggior parte dei fedeli. La comunicazione esiste ancora, ma è del tutto paraverbale; nasce dalla suggestione stessa del suono della lingua. Il significato è del tutto secondario se non irrilevante(4). Forse anche per questo non ci si fa problemi ad ascoltare tanta musica in inglese, pur non comprendendo i testi.
È il fascino stesso del suono che spinge a creare una lingua che non nasce per la comunicazione, o almeno non nel senso più comune di significato-significante. Un fascino che conoscono bene gli artisti, scrittori e poeti in particolare: nasce dai giochi linguistici dei bambini che apprendono a parlare e che sono affascinati dai suoni che odono e che producono essi stessi. Creare una lingua per questi fini è in qualche modo un riappropriarsi di quello stupore, di quel momento dorato, in più c’è ovviamente l’esperienza dell’adulto col suo vissuto e la sua consapevolezza. Paradossalmente si può comunicare anche con una lingua sconosciuta: lo sa bene chi si occupa di lingue inventate. I suoni aspri ed aggressivi del Klingon (la lingua parlata da una popolazione aliena dedita alla guerra, con precise regole basate sull’onore, della serie di Star Trek) suggeriscono, anche senza i sottotitoli, un linguaggio secco e diretto, privo di orpelli, apparentemente bellicoso, così come la gentilezza dei suoni del Quenya (parlata dagli elfi nei romanzi di Tolkien) evoca scenari incantati e una saggezza primordiale, atavica. A questa categoria ritengo che appartenga anche la mia Lingua Indaco, una lingua artistica che ho creato recentemente e con cui ho scritto alcune poesie d’amore(5): non si tratta solo di un gioco linguistico di un innamorato: ho creato anche contesto narrativo (la mia Firenze, in un lontano futuro), una grammatica (per ora solo parziale, ma ci sto lavorando…) e un bel suono basato sull’italiano, anzi sul fiorentino.
In conclusione il paradosso non esiste nelle lingue inventate: sono anch’esse comunicazione, come recita il primo assioma della scuola di Palo Alto: “È impossibile non comunicare. In qualsiasi tipo di interazione tra persone, anche il semplice guardarsi negli occhi, si sta comunicando sempre qualche cosa all’altro soggetto”. Se poi quanto viene comunicato, ossia cosa viene recepito dal ricevente, corrisponda a quanto si voleva effettivamente comunicare… beh, questo è un altro paio di maniche in quanto conoscere una lingua o un linguaggio serve a poco o a nulla se non si conosce la cultura e l’idiomatismo che si cela dietro ad essa.

Bibliografia
Acciai, Massimo, Compendio di grammatica Quenya, Firenze, Edizioni Segreti di Pulcinella, 2004
Albani, Paolo; Buonarroti, Berlinghiero, Aga magéra difùra. Dizionario delle lingue immaginarie, Bologna, Editore Zanichelli, 2011
Burgess, Anthony, Arancia meccanica, Torino, Einaudi, 1996
Cappa, Giulio (a cura di), La lingua fantastica, Aosta, Keltia editrice, 1994
Flournoy, Théodore, Dalle Indie al pianeta Marte, Milano, Feltrinelli, 1985
Janton, Pierre, Esperanto. Lingua letteratura movimento, Milano, COEDES, 1996
Landolfi, Tommaso, Dialogo dei massimi sistemi, Milano, Adelphi, 2007
Marc Okrand, Il dizionario klingon, Roma, Fanucci 1998
Tolkien, J. R. R., Il signore degli anelli, Milano, Rusconi, 1991
Watzlawick, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D., Pragmatica della comunicazione umana, Roma, Astrolabio, 1967

Note
1 La stima al ribasso è sui 100.000 esperantofoni, la stima più alta è di 5 milioni. Probabilmente la cifra reale è vicina ad una media tra le due stime.
2 La poesia in “finto persiano” inizia così: Aga magera difura natun gua mesciun /Sanit guggernis soe wali trussan garigur / Gunga bandura kuttavol jeris-ni gillara…. I primi versi della poesia danno il titolo ad un dettagliato dizionario delle lingue inventate, Aga magéra difùra. Dizionario delle lingue immaginarie, di Albani Paolo; Buonarroti Berlinghiero, Editore Zanichelli, 2011
3 Un importante studio sulla glossolalia è stato fatto da psicologo svizzero Théodore Flournoy agli inizi del XX secolo, prendendo le mosse dal caso della medium Hélène Smith, la quale affermava di parlare una lingua marziana
4 Ancora oggi ci sono religioni basate sulla recitazione di mantra in una lingua arcaica che il fedele non comprende.
5 La prima poesia in Lingua Indaco risale alla fine di marzo 2015 e si intitola “Ghimile ghimilama” (ossia “Un giorno o l’altro”). Ne riporto qui la prima strofa, con relativa traduzione in italiano, a titolo di curiosità: Ghimile ghimilama / sribalanghe ve gama, / manilanghe ve gheli / gumilanghe simali / samilanghe venime / dindonllanghe veì me. / Sisalà viningò? – Uno di questi giorni / saprò stupirti davvero, / ti farò una bella sorpresa: / salirò sul primo aereo, / comprerò un bel mazzo di rose / e suonerò il tuo campanello. / Mi aprirai?. – La lingua e la poesia sono dedicate ad una ragazza lituana di cui mi sono innamorato durante un mio viaggio a Vilnius nell’estate del 2014.

Un ringraziamento a Marco Bazzato per i suggerimenti.

Firenze, 21 ottobre 2015

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4 risposte a Ĉu artefarita lingvo estas paradokso? (Una lingua inventata è un paradosso?) Incontro con Massimo Acciai

  1. Nicola Minnaja ha detto:

    Divertente. Le lingue di Tolkien sono state esaminate di recente da Oronzo Cilli: Le lingue di Ruzante e di Teofilo Folengo hanno un posto nella letteratura.. La letteratura in esperanto è molto vasta, e riflette esperienze linguistiche diversificate fr molti autori, appartenenti a nazioni diverse. Molti degli autori di opere in esperanto hanno scritto anche in altre liknguje.

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