“Lettere della fine” incontro con Nadia Agustoni

lettere della fineAvevo chiesto a Nadia Agustoni di parlare del suo ultimo libro: “Lettere della fine” (del quale si possono leggere alcuni testi e note critiche suNazione Indiana”  su “Poesia di Luigia Sorrentino” e su “Il manifesto”). Abbiamo poi concordato per una serie di domande e risposte. Quasi una sorta di “note a margine” su un lavoro già di per sé ricco e complesso come, del resto, lo sono anche i lavori precedenti.
Sono riportate in grassetto, qui di seguito, le domande, o per meglio dire, certe considerazioni del tutto personali alle quali sono giunto dopo la lettura dei testi.

Una fine non fine, almeno nella scrittura, spesso infatti il verso sembra “ricredersi” cioè non giunge ad una fine, si autosospende, quasi si isola dal contesto. Quindi si potrebbe dire che anche la scrittura cerchi una fine-non-fine.

Una scrittura non può cercare la fine, può solo cercare e a volte trova. Anche lo spazio del frammento, della sospensione, lo stesso spazio lasciato intatto sulla pagina (non-scritto) sono scrittura di una fine che non c’è. Si scrive da qualcosa, da un inizio, da un cominciare che è già presenza. Qualcosa è in atto, lo registriamo. Lo spazio bianco, il silenzio stesso possono sgorgare dalla parola. Ci sono parole silenziose, parole in cui respiriamo. Alcune le scriviamo, alcune no.

Nell’introduzione si accenna alle lettere della resistenza. In fondo tracciare questo percorso che porta, o che potrebbe portare, alla fine, è sicuramente una sorta di resistenza. Di resistenza alla fine.

Non capisco bene la domanda. Credo che Renata Morresi pur nominando la fine “prossima”, in senso apocalittico, intendesse dare un’indicazione di tutt’altro riguardo alla sua lettura del libro: dire la non resa all’assurdo e indicare uno scrivere nel segno di un progetto etico. E dico etico non politico. La resistenza c’è, ma al conformismo. E l’apocalissi, se mai verrà… Non mi piace l’esercizio di immaginarla. Fuoco o ghiaccio, distruzione e/o autodistruzione, penso che quando sarà troppo tardi ci serviranno a poco i vari tracciati. Dobbiamo avere coraggio ora, subito, e smascherare tutti i giochi al massacro, tutti i massacri. Ma a me pare che tanti tra i “buoni” e parlo di tanti antagonismi, non vogliano nemmeno vedere di vivere, loro per primi, sulla carne degli altri, ma in particolare delle altre. Il settanta per cento dei poveri del mondo sono donne e bambine, sfruttate, fino alla fine vera, dai loro stessi padri e fratelli. Lo schiavismo, che riappare, è patriarcato e ha complici ovunque anche tra le donne; sia quelle del Fondo Monetario che le presunte antagoniste che riescono a giustificare o a tacere strategicamente di ogni nefandezza se compiuta da chi si dice anti-occidentale.

A volte la frase è a sé, come bastasse ad una descrizione, cioè che ha la dignità, il rango di affermazione o addirittura lapide.

Lapide non direi. Ci sono versi a sé, una riga e basta e sono l’aperto, quell’aprire al testo, alle intere sezioni che vengono dopo. Sono versi che creano squarci di senso, qualcosa a cui si dovrebbe pensare come si pensa a un ponte o una barca.
Non a caso tra gli esergo del libro ci sono frammenti di Eraclito.

Sembra (almeno da quanto leggo qui) come se, rispetto a tue opere precedenti, ci sia come la volontà di definire meno, cercare un percorso che superi il giudizio, il valore in sé, che eviti confini e anzi azzardi sconfinamenti.

Sicuramente è un libro che ha molti spazi dentro. Ma non mi pare di avere mai definito qualcosa negli altri miei libri; forse era più evidente una scelta di campo, con i perdenti, gli sconfitti, ma non più di questo. Solo che basta anche meno oggi per essere definiti anche quando si vuole rimanere indefiniti.
Ho a cuore davvero certi problemi e le persone, ma la cosa atroce sarebbe farne bandiere. Uno dei poemetti di queste Lettere della fine parla di una bambina immigrata e della sua difficile vita famigliare e tutto è raccontato in modo lieve mentre guarda gli affreschi del Lotto nella cappella Suardi di Trescore Balneario, un paese della nostra provincia; chiunque venga da un ambiente non privilegiato può capire che conosco quello di cui parlo e non mi è difficile immaginarlo o meglio, vederlo. E vederlo quando altre/i sono in questa situazione.

Sembra che le Lettere della fine siano più uno scongiurare, o come un porre l’attenzione sul fatto che potrebbe esserci una fine.

Solo il poemetto finale Billy Bud potrebbe dare questa idea; ma letto non superficialmente è un poemetto sulla solitudine umana; una cosa che tocchiamo mille volte senza saperle dare un nome; ed è questa solitudine, essere soli e più soli ancora davanti alla morte, nudi, a renderci innocenti; innocenti di essere nati.
Ma poi di nuovo c’è il verso che apre e una poesia dopo, l’ultima; dove il mondo ricomincia e la vita del mondo e la solitudine che il mondo cresce in noi.

Nadia Agustoni – Lettere della fine
Vydia Editore 2015

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