Scena del delitto

Edvard Munch la morte di marat

Edvard Munch “Morte di Marat”

Se non ci fosse qualche omicidio ad elettrizzare i nostri mesi estivi, sarebbe davvero snervante trascorrerli con serenità. Fortunosamente un killer di quando in quando ci prende di mira, almeno chi resta potrà sopportare l’afa rovistando anche in casa del vicino. I media, infatti, si gettano sul “giallo”, trattando la realtà come la trama di un romanzo. L’assassino si trasforma, in quella calda estate, in un personaggio. C’interessa capire perché lo abbia fatto e in quale modo ci sia riuscito. Di lui dobbiamo sapere tutto. Anche i suoi parenti vanno passati al setaccio, e i vicini di casa, prima o poi, dovranno dire la loro.
La vittima è trascurata, d’altronde non ha colpe né meriti; la sua comparsa sulla scena del delitto, pur essendo essenziale, è di modesta entità. È una presenza passiva. La persona che ormai è un cadavere, c’interessa soltanto per questo motivo. Naturalmente nell’economia del programma televisivo è indispensabile, perché ovviamente è la chiave di tutto: non sarebbe utile a nessuno se non fosse vittima. L’eroe vero, nel giallo estivo, è proprio l’assassino. Prima di colpire non avrebbe fatto male a una mosca, ma dopo è di una ferocia inaudita.
Ormai alcuni programmi televisivi restano in piedi tutto l’anno, pur di assicurare a quel delitto o a più delitti, una accurata visibilità. C’è anche da dire che per fortuna nostra i delitti sono talmente tanti che i processi, come si sa, vanno a rilento, e in più le nuove tecnologie investigative non sembrano aiutare poi così tanto a risolvere in fretta i casi più spinosi. Si assiste quindi, nel tempo, ad un progressivo invecchiamento dell’assassino, ormai provato dal peso che si trascina da anni e dal naturale trascorrere del tempo. Ci fa quasi pena vederlo così: piegato su se stesso, con il volto devastato dalle rughe, lento nei movimenti, che parla in modo quasi incomprensibile. La vittima, invece, per nulla invecchiata, è un’icona indelebile nel tempo, ferma in quel momento che l’ha resa eterna suo malgrado.

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