La scrittura perduta

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Jan Vermeer “Donna che scrive una lettera”

 La mia amica abitava al primo piano e, spesso, dalle scale ripide di mattoni rossi, scendeva nel cortile di casa nostra, per giocare con me. Scrivevamo, o per meglio dire, giocavamo a scrivere, perché ancora non andavamo neppure a scuola e non conoscevamo la scrittura. Qualcuno evidentemente ci riforniva di fogli e lapis, o forse penne a sfera. Lei però li usava come fossero il pennino di un sismografo, così sui fogli imprimeva, nervosa, il tracciato grafico delle scosse telluriche prodotte dalla sua allegra esuberanza. La mia “scrittura”, invece, voleva somigliare a quella di mio padre: a volte lo avevo visto, con la stilografica, rigare ignoti messaggi. Io dicevo alla mia amica di non scrivere in quel modo disordinato, ma di fare come me, cioè segni più alti in verticale, e lunghi verso il basso, poi le suggerivo anche di separare i segni l’uno dall’altro; la mia amica però non mi dava ascolto, rideva e recideva i fogli con la punta del lapis. M’infuriavo e lei mi guardava ridendo, poi si avventava su altri fogli con orribili zigzag. Mi sembrava un atteggiamento superficiale e addirittura irriverente nei confronti della scrittura.
Imitando mio padre non cercavo di copiare le singole lettere, o addirittura le parole, imitavo il “disegno” che si formava sulla pagina per il susseguirsi delle righe. In pratica era la copiatura di un disegno e non di un testo. Per quanto mi ricordi non includevo nella riproduzione i segni d’interpunzione che probabilmente, di quando in quando, mio padre inseriva tra le frasi. Sicuramente era più libera la mia amica di me: io mi costringevo ad una imitazione con tutti i suoi limiti, e benché non fossi particolarmente capace di copiare quel bel disegno delle pagine rigate da mio padre, ero pur sempre costretto in un insieme di sgorbi condizionati da un modello da riprodurre. La mia amica non si poneva nessun obiettivo, forse non aveva in mente nessun esempio, ma era assillata solo dai miei consigli per lei sicuramente sciocchi. Si lasciava andare immaginando forse chissà quali storie che io neppure potevo supporre.
In quei giorni riempimmo intere pagine di complicati scarabocchi; probabilmente dopo quell’estate iniziò la scuola, e così, appena conoscemmo la scrittura, i suoi meccanismi, la punteggiatura, non giocammo più a scrivere. Io smisi di imitare la scrittura di mio padre e lei probabilmente dovette arginare l’esuberante fantasia entro i codici di quella scrittura che, comunque, ad entrambi tolse molto.

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Una risposta a La scrittura perduta

  1. Rossella Lari ha detto:

    Bellissimo, riesci a far sentire e vivere i momenti che descrivi così semplicemente da far sembrare di averli vissuti (forse li ho vissuti e non ricordo, o forse ho vissuto momenti che lasciano gli stessi solchi nella memoria)

    un abbraccio Rossella

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