Il parlare del cibo anche quando non si mangia

Chagall Il bue scuoiato

“Il bue scuoiato” Marc Chagall

Quasi si trattasse di un succedaneo al cibo stesso, il parlarne, sembra riempire ugualmente menti e stomaci. Addetti ai lavori e impostori, senza che qualcuno lo richieda, comparano la loro erudizione gastronomica alla collettiva ignoranza; consigliano e suggeriscono.
Gran contributo l’imperante costume televisivo che trasforma il bisogno naturale di nutrirsi, in una logorrea rigogliosa di diete – a base comunque di pietanze ancorché sobrie – e di veri pranzi. Abitudini culinarie regionali, s’intrecciano ai cibi tipici nazionali. Cuochi, chef e improvvisati, si ammassano sugli schermi per istituire consolidate sapienze sul godimento a tavola. Loro funzione è l’osanna all’iperbole del piacere contro la mera necessità. Alla faccia dei veri bisogni degli altri, ci dovremmo inebriare con il pettegolezzo sui capponi cucinati a puntino.
Ricette vendute a dispense nelle edicole, oppure fascicoli periodici di trattati storici sull’arte culinaria; libri, DVD, opuscoli, rubriche settimanali su giornali e riviste, completano il mosaico dell’ossessione, del brusio di tutti i giorni che precede e segue l’appuntamento reale con l’alimentazione.
Una volta era il tempo l’argomento che nascondeva tutti gli altri; adesso è il cibo. Parlare di ciò che si mangia è più semplice, poiché oggi dialogare sul tempo atmosferico costringe a saper destreggiarsi tra un anticiclone delle Azzorre, la temperatura delle isoterme e la pressione delle isobare. Non tutti sono in grado di seguire o sostenere ragioni tanto specifiche; mentre invece, buone ricette di epoche più sane della presente, oppure semplici ricordi di grandi mangiate, sono temi facilmente trattabili.
Il non parlare d’altro che di questo nasconde la verità su tutto il resto; l’argomento cibo è di dominio pubblico e il parlarne autorizza coinvolgimenti che per altri temi sarebbe difficile pretendere.
La materia avvicina. È sufficiente il poco del chiacchiericcio serrato su qualche piatto, oppure su pranzi rammentati come fossero libri letti, a ricucire strappi, a far alleanza e sentirsi vicini e bendisposti.
Lo sfoggiare invece competenze precise, solitamente passa attraverso la segnalazione, da parte degli aspiranti intenditori, di avvenute escursioni in ristoranti rinomati – e notoriamente costosi – ma comunemente individuati come veri e propri luoghi consacrati alla gola.
Improvvisati conoscitori, poi, esaminano i particolari alla base di rare preparazioni, e insospettabili amatori della buona tavola danno infine prova di competenze raffinate.
Scaduto quindi l’argomento tempo a rango di grossolano o troppo specifico contenuto, la conversazione sul cibo è il giornaliero rumore che sazia e placa con le modalità del più vile placebo.

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