Pranzo di Natale

49-4 filippo lippi- natività

Filippo Lippi – “Natività”

Non sarebbe stato possibile predisporre il pranzo in cucina: era troppo piccola per ospitare tutti. Allora pranzavamo in salotto, o per meglio dire, nella stanza più grande di casa che, per questo motivo, era stata sempre considerata “il salotto”. Forse non era neppure la stanza più grande; era però sicuramente l’unica, se si escludono la cucina e le due camere. Per raggiungere quindi la dignità di salotto (cioè un luogo dove ricevere) la modesta stanza era stata arredata con un tavolo lungo, sei sedie, un mobile basso e un divano. Il tavolo di cucina veniva spostato fin lì ed affiancato all’altro; poi si radunavano intorno tutte le sedie di casa per stipare diciotto persone, che erano tutti i miei parenti riuniti per il pranzo di Natale.
Lo spostamento del tavolo e quello delle sedie era a carico degli uomini: mio padre, i miei zii e, raramente i miei nonni; di solito loro impartivano disposizioni su come passare attraverso i vani delle porte, senza urtare gli stipiti. Gli uomini, finita questa semplice operazione, aspettavano l’inizio del pranzo; se ne stavano tra la cucina e il salotto, oppure, se le condizioni atmosferiche lo permettevano, addirittura in giardino. Fumavano e aspettavano.
L’attesa del pranzo era iniziata già dal giorno precedente; dalla vigilia di Natale, ma in taluni casi anche qualche giorno prima già si parlava del pranzo. Chi ne parlava erano le donne: mia madre, le mie zie e le mie nonne. Agli uomini sembrava che la cosa non interessasse. Tortellini, brodo, gallina, patate, insalata, pane, sottaceti; in quei giorni di attesa non si parlava d’altro.
I cibi accomodati sui vassoi avevano come caratteristica, l’abbondanza. La gran quantità non era giustificata dal numero dei convitati, bensì dall’esagerare un atto che si verificava solo una volta l’anno e quindi per qualche motivo doveva essere rammentato. La quantità simboleggiava poi il benessere sia di chi la produceva e la mostrava, sia di chi poi la doveva ingerire, che poi, nel caso specifico erano le stesse persone. Ognuno, quindi, doveva mostrare a se stesso, per primo, e poi a tutti gli altri che era in grado di mettere in tavola una quantità esagerata di cibo e poi essere anche in grado di mangiarla.
Erano le donne che di volta in volta andavano in cucina, e poi tornavano nel salotto con un vassoio, una salsa, con zuppiere, tazze o piatti ricolmi di cibo. Le donne non stavano sedute a tavola, a turno oppure anche insieme sparivano per qualche tempo e poi tornavano dalla cucina, lasciando che i cibi sminuzzati nei loro piatti, si raffreddassero.
A metà del pranzo, alcuni già sazi, tentavano di scegliere con moderazione ciò che ancora non avevano assaggiato, ma venivano incitati dagli altri a lascarsi andare, quindi finivano per cedere e si riempivano i piatti di altre pietanze che in circostanze diverse avrebbero diligentemente chiuso in frigo o gettato nella pattumiera.

(Il brano è tratto parzialmente da “L’area di Broca” n. 94-95, XXXVIII-XXXIX, luglio ’11 – giugno ’12)

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Una risposta a Pranzo di Natale

  1. Luciano Valentini ha detto:

    ottimo racconto. Tanti auguri di buon Natale (compreso il pranzo…) e buone feste 2014. Ciao. Luciano.

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