Incubi per baionette, coltelli e un ramaiolo

John_Henry_Fuseli_-_l'incubo

Johann Heinrich Füssli – L’incubo

Morire accoltellato nel calduccio della doccia, come Janet Leigh per mano di Anthony Perkins, ha forse maggiore dignità che essere trafitto nel sonno, dentro un cesso di una scuola elementare? Fu “Psycho” però che rividi quando il lampo svelò alle prime luci, la silhouette del commilitone, in piedi a gambe divaricate su di me con la baionetta impugnata come il coltellaccio del film. Il tuono però riportò subito ordine. Il mancato assassino dell’incubo, nella realtà, dormiva di fianco a me sul materassino mezzo sgonfio.
Concluso il primo turno di guardia ci spettava un po’ di sonno; si presenziava la scuola per l’insediamento del seggio elettorale. Dormivamo nei gabinetti, tra tanfi di detersivi e deboli miasmi di urina di bambino.
Molti anni dopo mi ero incamminato per una strada stretta di mattoni rossi, come le mura che la fiancheggiavano: stringevo un ramaiolo nella mano destra ed un lungo coltello nella sinistra. Non era un vero coltello; ne aveva la forma, molto comune, come quelli d’acciaio “inox” da cucina, ma lungo come una sciabola. Voltai la strada che ora s’inerpicava come in un borgo medievale; ma qualcosa si parò quasi davanti: un ostacolo irriconoscibile. Cambiò tutto e fui al buio in casa mia, senza un’arma. Una “cosa” mi sfiorò. Mi sveglia. Avessi avuto il lungo coltello ancora con me, o almeno il ramaiolo… ma niente, tutto era finito misteriosamente, miseramente.
E poi, quella notte…l’uomo era salito su un piedistallo variopinto, mi minacciava con uno stiletto che lampeggiava alla luce accecante del sole: avrebbe fatto un salto alla fine di tutte le sue sonore minacce, e mi avrebbe infilzato. Sarebbe stato sufficiente andarsene di corsa, e quello avrebbe desistito. Invece no, presi un pezzo di legno che stava proprio ai miei piedi e lo colpii violentemente sulle gambe; sentii secco il rumore dei colpi sulle tibie. Lui cacciò un urlo acuto, e a quel punto mi svegliai.
Pugnali, spade, sciabole, baionette, coltelli, richiamano sangue e morte; basta osservare come, sin dagli inizi, siamo riusciti ad ingegnarci con pietre scheggiate o conchiglie per confezionarci armi di ogni foggia. Per difesa e offesa abbiamo dispensato già da allora squartamenti, lacerazioni, amputazioni. Addirittura, più tardi, una volta appresi metodi e conosciuto nuovi materiali, ci siamo perfezionati nelle tecniche e nei procedimenti, fucinando a mano con bronzo ed acciaio lame d’ogni modello e dimensione, fino a raggiungere il raffinato e l’arte, come a Toledo e Damasco.
Forbici, falci, tagliacarte, richiamano invece l’inoffensiva utensileria, dove lame taglienti, dalle punte aguzze e talvolta del tutto simili ad altre pericolosissime armi, sembrano rappresentare quasi un nostro cammino a ritroso nei secoli. Un percorso deviato dal suo principale scopo; quasi fosse un ripensamento sui progetti di morte che ci hanno tanto impegnati. Così anche l’impugnatura alabastrina di temperini ne spunta la potenziale offesa, e ne impreziosisce l’aspetto altrimenti troppo somigliante ai paurosi coltelli. È pur vero che l’elsa di pregevoli spade spesso si orna di raffinati disegni e preziose perle, ma per conferire dignità al micidiale gesto, e non certamente per facilitare l’impugnatura a mani pur sempre omicide.
Anche un colpo di falce ben assestato, in fondo, può decapitare al pari di una daga ma la falce richiama il grano, il pane e cioè la vita e non risulterà quasi mai pericolosa o paurosa alla vista. Non è necessario che l’impugnatura sia ornata, o arricchita di alcunché. È un cilindro di legno grezzo, per un oggetto povero, utile solo a scopi plebei. Uccidere, invece, magari per onore, è sempre stato più nobile che mietere il grano.

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