Non credersi ago di nessuna bilancia

eco d'arte img004Avevo con me alcuni fogli e una penna, perché pensavo che un’intervista si potesse fare così. Non avevo mai intervistato nessuno prima di quel momento, non conoscevo Mariella Bettarini, avevo letto poca poesia, non sapevo nulla neppure di “Salvo Imprevisti”. Mi era stato fissato un appuntamento tramite la redazione di “Eco d’arte moderna” e mi erano state date alcune indicazioni di massima che io finsi di comprendere e i redattori finsero di crederci. Ne venne fuori una pagina visibile qui a fianco. Ricordando quel giorno di tanto tempo fa ho chiesto a Mariella Bettarini di “rivisitare” quelle convinzioni e riparlarne oggi.
Dopo trentasette anni dall’intervista fattami nel 1977 dall’amico Alessandro (Franci) per “Eco d’arte moderna”, intervista che aveva, appunto, il medesimo titolo di questo mio breve intervento, e dopo aver festeggiato da poco più di un anno il quarantesimo compleanno di vita della rivista “Salvo imprevisti” – divenuta poi “L’area di Broca” -, riviste da me dirette con la fondamentale cooperazione di redattrici e redattori (tra cui – a partire dal 1983 – anche l’amico Alessandro), che cosa resta di quel convincimento, di quell’intenzione, di quell’ attiva speranza, di quella passione, in un’Italia che ha del tutto perduto la fiducia in un radicale cambiamento, in una necessità viva di cultura, consapevolezza e cooperazione per maturare e cambiare davvero?
Come si può intuire, la domanda è non poco pesante. Dicevo, allora, di “cultura alternativa”, di “ruolo del poeta”; parlavo di “tralasciare i miti, lavorare con estremo realismo, cercare di capire di più”. E ancora: “Troppo spesso la poesia si veste dei panni di una ‘produzione’, ed è qui, in questo momento che decade il suo impegno”. Ma che dire, oggi e qui, di tutto questo? Come fare a condurre avanti credibilmente, coerentemente, soprattutto efficacemente, questi temi, questi progetti, questi assilli, questi ardui ma irrinunciabili programmi?
Parlare oggi di poesia e di poeti pare davvero un dire antidiluviano, un fatto del tutto improbabile, anacronistico, persino risibile. Eppure c’è – anche tra i giovani – chi scrive (e scrive anche versi), chi pubblica (e pubblica anche versi), chi crede nella cultura letteraria, nella sua energia, nella sua necessità; chi crede ancora nella poesia e non solo – narcisisticamente – nella propria poesia, ma nella poesia tout-court, nella Poesia (sì, con la maiuscola) senza credersi – per questo – “ago di nessuna bilancia”, senza sentirsi importante, “di successo” e/o indispensabile.
Per quanto riguarda me e il folto gruppo di amiche e amici della redazione de “L’area di Broca” (rivista senza alcun fine di lucro: autogestita, autofinanziata, inviata spessissimo in omaggio e presente anche in Rete), devo dire che quanto sopra affermato – sull’amoroso impegno e sul “senso” di un’attività nient’affatto remunerativa – ha ancora un grande significato, un vivo senso di salda e preziosa condivisione.
Così, ad esempio, scrivevo nell’editoriale del fascicolo de “L’area di Broca” n. 96-97 (luglio 2012-giugno 2013) dedicato al tema “Futuro”: “Futuro. Quale futuro? Quale sarà il nostro futuro? (…) Domande: Interrogativi. Questioni. Rovelli. Inquietudini e di certo ansie sempre (…). Non cercheremo di rispondere. Proponiamo soltanto a chi ci leggerà queste minime riflessioni in prosa e in versi, per continuare ad interrogarci, ad indagare minimamente – con i nostri piccolissimi mezzi – un tema ed un problema tanto ‘umani’ quanto – certo – ineludibili”.
Che fare, dunque, che proporre, e soprattutto proporci? Anzitutto credo sia importantissimo non perdere i propri ideali, non deporre, non tralasciare i valori che ci hanno nutrito fin dalla giovinezza, e che dovranno continuare a “nutrire” i giovani, i giovanissimi, i cosiddetti “nativi digitali”, i quali non potranno che giovarsi della costante e “fedele” presenza di tali ideali e valori che non hanno età, non meritano scadenza né tramonto, sia che si tratti di cultura letteraria, artistica, scientifica, tecnica; senza perdere di vista, appunto, l’umano di tali fondamentali e davvero fondanti culture e conoscenze.
Certo, non si tratta di un impegno da poco, e tuttavia questo è l’umile quanto indispensabile compito nel quale profondamente credo, che ancora attivamente tento di perseguire: non da sola, certo, ma in fertile ed indispensabile compagnia e collaborazione di amiche e amici che ugualmente vi credono, impegnandosi a fondo “senza credersi ago di nessuna bilancia”, ma proprio per questo vivi di una non illusoria fiducia di una fertile speranza.

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