I pasti disattenti

della vita  e della morte

“Della vita e della morte” fotografia di Enrico Carretti

Il cibo viene portato alla bocca, masticato e infine inghiottito; onorando così, noncuranti, il rito giornaliero. Un dovere, come pagare le tasse da buon cittadino.

Un atto che, nel suo automatismo, annuncia il sussiego e l’opportunismo dell’usuale e fredda funzione vitale.

Il cibo conquistato, prescelto già nella sua prima natura di preda, che fu seguita e odorata, infine catturata e divorata, è solo l’ombra di una lontana virtù che più non ci appartiene. L’attitudine sprezzata, rivelatasi però essenziale all’evoluzione e che ci ha condotti, infine, alla sua stessa abiura.

Il cacciatore, la cui vita era soggetta al proprio talento, calcolava la brutalità dei suoi atti nei confronti degli altri animali; percepiva la propria superiorità, anche se pronto a diffidarne. La sua forza e la sua intelligenza, si contrapponevano, in una gara il cui premio era la vita, alla forza e all’intelligenza di un altro essere.

Se il mero procurarsi cibo, per gli altri animali, rimane un istinto vitale subordinato alle capacità, alla tecnica, all’intelligenza e alla forza, per noi ha assunto forme irriconoscibili.

Negli attimi di passaggio dal piatto alla bocca, il pensiero corre lontano, lo sguardo è perduto oltre la tavola. Il piatto si vuota, nella bocca gli ultimi residui del pasto; lo stomaco è pieno. Ce ne siamo appropriati senza sforzo, neppure badando alla sua stessa sostanza.

In altre occasioni, quello stesso animale non è più un insieme di pezzi mandati giù sbadatamente, bensì vera e propria pietanza, preparata con cura, cucinata, accomodata su candide ceramiche; come se dovesse risorgere in quell’antica bellezza distrutta nella macellazione prima, e adesso nella seconda morte: l’ingestione in un altro corpo.

La gallina sacrificata per il pranzo natalizio, sembra possegga maggiore dignità rispetto a quella che tutti i giorni è divorata nei pasti disattenti. Durante il pranzo delle grandi occasioni viene rammentata la sua permanenza tra il mondo dei vivi; le viene riconosciuta tutta la qualità disconosciuta in qualsiasi altra circostanza. Sembra persino che gli animali finiti sui tavoli delle grandi occasioni acquistino, loro stessi, la medesima dignità dell’occasione da solennizzare. Tutto ciò che in quella circostanza si accompagna agli uomini ha un valore specifico, elevato.

Gli stessi animali, un tempo conosciuti come tali, oggi sembra abbiano perduto quasi definitivamente la loro connotazione di esseri viventi: tonno, coniglio, fagiano, lepre, quaglia, richiamano immediatamente l’universo della culinaria e non più quello della fauna.

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