In treno e il “momento di condivisione” ancor prima di Orvieto

van-gogh

“Vagoni del treno” . Vincent Van Gogh

Guardo dal finestrino il paesaggio di campi arati e colline che iniziano a indorarsi. I sedili non sono  comodi e la signora di fianco a me si  è addormentata  lasciando scivolare la sua borsa di lacca rossa che si ficca con lo spigolo nella mia coscia sinistra. La donna che siede davanti a me passa lo sguardo distrattamente un po’ su tutto; di fianco a lei un uomo che legge il “Corriere della sera”. Menomale, mi dico, mi è capitato questo posto; almeno i miei  compagni di viaggio non si conoscono e, soprattutto, non sono neppure iperattivi con cellulari e portatili. Nessuno di loro infatti sembra un manager che corre verso Roma senza perdere un istante neppure durante il viaggio. Nonostante lo spigolo della borsa laccata di rosso prema sulla mia coscia sinistra penso che mi sia andata bene. Mi rendo conto che alla fine questa è la condizione che ho sempre desiderato si verificasse in circostanze simili. Spesso invece capita d’incontrare quello che non smette di telefonare e ricevere telefonate, facendoci sapere i problemi di bilancio che verrebbero a crearsi, per la sua società, se quell’operazione non andasse in porto; oppure gli preme avvisare il collaboratore di turno circa le modifiche da apportare alla tabella Access che ha appena ricevuto per e-mail. Di solito la telefonata risulta di difficile comprensione e in linea di principio sono in pochi ad immaginare che quell’enigmatico parlottio sia un lavoro, cioè che un individuo alla fine di una conversazione di questo tipo abbia realizzato un affare per il quale, in un prossimo futuro, ne riceverà un compenso. È anche consentito credere che a nessuno interessi quello che con tanto zelo viene invece rozzamente urlato dentro un cellulare e c’è da supporre che ad esclusione di chi parla a nessun’altro la questione stia a cuore, forse neppure al destinatario della telefonata, anche perché di solito chi parla è il superiore di chi ascolta, il quale è, quasi certamente, nel suo ufficio seduto ad aspettare che il superiore che parla finisca di parlare. Quindi succede che un incivile – di solito è un uomo – inizi a parlare di un argomento per niente interessante usando un linguaggio criptico, con un interlocutore invisibile e che in realtà non è chiaro se stia ascoltando, tanto che viene da credere che il cafone stia parlando soltanto a se stesso.

La donna seduta di fronte a me per un periodo superiore al solito, rimane con lo sguardo piantato sulla pagina del Corriere della sera che l’uomo tiene spalancato. Lui si volta e sorride, quasi volesse dirle: ”Se ha finito di leggere giro pagina”. La signora ricambia il sorriso e come se avesse capito la frase che io suppongo volesse dire quello sguardo, chiede scusa. L’uomo allora le dice che anzi gli fa piacere quel “momento di condivisione”. La donna con la borsa laccata, dopo questa frase, si sveglia. Sembra d’un colpo che ognuno non aspettasse altro che un qualunque input per romper il silenzio. Comprendo che sta cambiando tutto e sono inquieto perché ancora in lontananza non si vede la rupe gialla con sopra Orvieto.

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Una risposta a In treno e il “momento di condivisione” ancor prima di Orvieto

  1. Rossella Lari ha detto:

    Come al solito è un vero piacere ricevere i tuoi scritti. Mi piace moltissimo le scelte delle immagini e devo confessare che non conoscevo o non ricordavo il treno di Van Gogh, quindi un doppio grazei! Un abbraccio Rossella

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