Scrivo della mia gente avendo in testa un ritmo musicale

Angelo Australi

Angelo Australi

Avevo chiesto ad Angelo Australi quale filo lega i personaggi dei suoi romanzi (Vittoria, zia Oria, Spartaco, Rutilio, Ernesto, tanto per citarne alcuni) alle persone e al territorio. Questo perché sembra sempre che la vita stessa dei suoi personaggi, nell’economia del romanzo, non sia finzione, ma piuttosto una documentazione storica di una vita reale. Mi ha risposto così:

“Più che scendere nei dettagli dei vari personaggi ed il legame con il territorio ho preferito analizzare il mio stile basso come un ritmo musicale, è il ritmo che viene dal territorio, essenziale, semplice, scarno il ritmo perché la poesia delle mia gente se c’è sta nell’autenticità della loro vita.”

Ed ecco la risposta per esteso:

La scoperta della scrittura è stata una rivelazione che ho ripescato dal più profondo abisso dell’io grazie all’amore per la musica, e nel momento della rivelazione si può dire che mi ha salvato da una brutta china che stava prendendo la mia vita. Finito il militare, nel 1975, leggendo casualmente “Il empione strizza l’occhio al Frejus” di Elio Vittorini, mi sono accorto di quel ritmo poetico della parola da scandire mentalmente fino a sospenderti nello spazio e nel tempo, una sensazione molto simile a dove ci conducono la batteria e il contrabbasso nel jazz. Non è che i libri letti prima del Sempione ne fossero privi, ma io ho fatto qui la scoperta. La base ritmica in una formazione di musicisti jazz resta sullo sfondo, rispetto agli strumenti melodici (pianoforte, sax, tromba, chitarra), quelli che fanno presa sul nostro lato emozionale, ma in sostanza è la più antica nella sua semplicità, quella che si può, forzando un po’ la mano, immaginare archetipicamente ricollegabile ad una danza propiziatoria o preghiera rivolta all’ignoto. Non contento del “Sempione” ho letto tutto Vittorini, compresa l’Americana e i suoi autori. Cercavo di entrare in ogni libro adottando con le parole la scansione ritmica che mi si era rivelata: leggere con la mente come se stessi leggendo ad alta voce, immaginando di creare delle musicalità armonizzate solo dal ritmo. Sarà per questo forse che, pur amando così tanto la musica, non ho mai sentito il bisogno di imparare a suonare uno strumento musicale. Poi sono venuti altri scrittori importanti per la mia crescita: Pavese, Céline, Hemingway, Faulkner, Mark Twain, Salinger, Bilenchi e i russi, grazie a lui , Dino Campana, Juan Rulfo, Kafka e Becket, … V. S. Pritchet di “Amore cieco” … Raymond Carver, la Munro. Tutti molto diversi tra di loro.

Può sembrare assurdo, ma il legame con il territorio e con i personaggi che mi sono inventato per dare voce al bisogno di scrivere è nato da questo ritmo basso, costante, ripetitivo, capace di fare scatti in avanti accelerando all’inverosimile o di rallentare in modo brusco, altrimenti tenendo un tempo costante come il tic tac dell’orologio, il tutum tutum del battito del cuore, il rumore del passo in una camminata. E dal momento ho iniziato, guardandomi intorno trovavo la possibilità di tradurre le parole in metafore grazie a questa sensazione di ritmo primordiale che organizza la nostra macchina umana e non solo. Mi scappa da ridere, ma è così ancora adesso che scrivo questo breve intervento: è questo ritmo mentale che guida per gioco le parole e la punteggiatura ad uscire in un certo ordine pescando dal disordine della vita.

Il tentativo di organizzare in una sintesi il disordine (ammesso che il disordine si possa organizzare) che sentivo dentro, non avendo propensione per una fantasia scoppiettante, è stato quello di costruirmi uno spazio, una fetta di territorio, immaginario ma reale, al quale ritornare ogni volta che avessi avuto la necessità di scrivere. Ho preso spunto da fatti realmente accaduti a me personalmente, ma non solo, per raccontare il passaggio dall’infanzia all’adolescenza nella trilogia che ha per personaggio Spartaco ( quindi Oria, Giulia, Ernesto, Rutilio, Francesco ), e anche per il personaggio femminile di Vittoria e per altri racconti pubblicati nel tempo su rivista.

In sostanza ho sempre provato un certo fascino per la cultura che viene dal basso, quella cioè che prima di rispondere ad un bisogno di ordine estetico sostituisce all’idea di bellezza la necessità di trovare la propria ragione nell’esistenza quotidiana. Il quotidiano, almeno nelle persone semplici a cui mi preme dar voce, è un luogo dove nessuno si pone il problema di cos’è la bellezza, preoccupato com’è di e dal vivere. E quindi libero da sovrastrutture mentali, inconsapevolmente può produrre poesia in ogni istante senza il comporto di un’intermediazione.

Le mie sono storie che raccontano la provincia, o meglio la periferia, visto che non credo più da decenni all’esistenza di un centro (e per questo ne rivendico la contemporaneità) , anche se spesso ambientate in un passato più o meno prossimo (gli anni sessanta e settanta del secolo scorso). Dei pochi personaggi che metto in scena mi piace immaginare la necessità di capire il proprio destino come un’esistenza che si sviluppa in modo lineare piuttosto che circolare, un po’ come gli stregoni e gli sciamani dei tempi remoti della storia dell’uomo, che svelavano i segreti e le ragioni dell’esistenza osservando per una vita sempre lo stesso oggetto e avendolo come spunto di riflessione per ogni enunciazione sulla verità assoluta che reggeva l’ordine della comunità, e che a sua volta individuavano un allievo giovanissimo a cui insegnare tutto quello che avevano appreso nell’osservare sempre lo stesso punto all’orizzonte, oppure il sole nel suo ciclo giornaliero dall’alba al tramonto, oppure la stessa stella ferma nel cielo buio e infinito della notte. Qualcosa di concreto, di pratico, e di speculativo al tempo stesso; qualcosa di classico, di contemporaneamente umanistico e di scientifico, che va oltre la dittatura dell’immagine e della tecnologia nella quale ormai la contemporaneità sembra essersi impantanata.

Si può trovare la ragione di stare in un luogo, mentre tutto quanto intorno si muove alla velocità della luce? Ho sempre odiato le etichette, a un certo punto viene fuori un’immagine di te troppo stretta per ogni legame tra la vita e la necessità della scrittura. Per questo rifiuto di calarmi nella cronaca del presente. Kafka è uno dei pochi autori che non ha mai accettato di fare di sé un personaggio scrittore, perché sapeva benissimo che nella ricerca della verità, per chi scrive, ogni parola è e resta un macigno del quale, dal momento è fissata sulla pagina, nonostante ci si sforzi, sarà impossibile liberarsi. E aveva paura, rispettosamente paura di farsi bello agli altri con qualcosa di così importante, intimo, profondo.

Ero vissuto volentieri e volentieri ero morto; prima di salire a bordo, felice buttai quel ciarpame – schioppo, carniere, coltello da caccia – che avevo portato sempre con orgoglio e m’infilai la camicia funebre come una fanciulla l’abito nunziale. Così stetti aspettando. Poi avvenne la disgrazia. –

Brutto destino – commentò il sindaco alzando la mano con un gesto di scongiuro. – E lei non ha nessuna colpa?

Nessuna – assicurò il cacciatore. – facevo il cacciatore: è forse una colpa? Ero incaricato di cacciare nella Foresta Nera dove c’erano ancora i lupi. Mi mettevo in agguato, sparavo, colpivo, scuoiavo la bestia: sono forse colpe? La mia fatica era ricompensata. Mi chiamavano il Grande Cacciatore della Foresta Nera: è forse una colpa? –

Non sono chiamato a decidere – disse il sindaco, – ma anche a me pare che non ci sia alcuna colpa. Chi è allora il colpevole? –

Il barcaiolo – rispose il cacciatore. – Nessuno leggerà ciò che sto scrivendo, nessuno mi verrà in aiuto, se si proclamasse l’incarico di aiutarmi, tutte le porte sarebbero chiuse, chiuse tutte le finestre, tutti starebbero a letto, la coperta fin sopra la testa, tutta la terra sarebbe un albergo notturno. C’è la sua ragione, poiché nessuno sa nulla di me, e se sapesse, non saprebbe dove mi trovo e se sapesse dove sono, non saprebbe trattenermi sul posto, e se mi ci sapesse trattenere, non saprebbe come venirmi in aiuto. L’idea di volermi aiutare è una malattia che va curata a letto.

E’ un brano tratto da “Il Cacciatore Gracco”, lascio a lui concludere su questa mia idea, nel legame con il territorio, la letteratura e un bisogno di classicità.

                                                           Angelo Australi

                                                           Figline Valdarno, 2 marzo 2014

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